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PAOLO
CALIARI DETTO IL VERONESE
(Verona, 1528 - Venezia, 1588) |
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Un ambiente, malgrado tutto provinciale, non poteva tuttavia soddisfare le aspettative del pittore che, infatti, si reca a Venezia, dove si fa conoscere a partire dal 1553 lavorando, nel Palazzo Ducale, alla decorazione dei soffitti a scomparti del Consiglio dei Dieci. Le sei tavole di sua mano, con soggetti mitologici o allegorici (quattro sono sul posto, due sono oggi al museo del Louvre di Parigi), rivelano ancora dei prestiti da Michelangelo e dai manieristi. Nel 1556-57, Veronese collaborò a un'altra grande impresa veneziana, il soffitto principale della Libreria Vecchia di San Marco; egli vi partecipa con tre tele (l'Onore; Aritmetica e geometria; la Musica), notevoli per la loro composizione adattata a un formato circolare, per l'audacia degli scorci e la raffinatezza di un colore ispirato a Tiziano. Nel 1555, il pittore veronese aveva cominciato a San Sebastiano, la chiesa dei Gerosolimitani di Venezia, una serie di lavori che dovevano tenerlo impegnato per quindici anni e che gli avrebbero permesso di affermare la propria personalità. Dipinte nel 1556, le tre grandi tele del soffitto della navata, i cui soggetti sono tratti dalla storia di Ester, fanno già presagire la maturità artistica per la naturalezza della realizzazione prospettica concepita per una visione obliqua, e per il vigore e la luminosità del colore. La Cena in Emmaus (museo del Louvre, Parigi) del 1560 circa, inaugura un tipo di composizione a sviluppo orizzontale con una grande ricchezza di figure, e include ritratti e scene di genere. È un preludio alle immense tele dipinte per alcuni refettori di comunità che rappresentano fastosi banchetti inquadrati da architetture ispirate a Sansovino e Palladio: innanzitutto la Cena in casa di Simone dei Santi Nazario e Celso di Verona (Galleria Sabauda, Torino); nel 1562-63, le Nozze di Cana in San Giorgio Maggiore a Venezia (museo del Louvre, Parigi), la cui ampiezza e ricchezza di dettagli sono eccezionali. In una composizione più articolata troviamo, nel 1572, il Convito di San Gregorio nel santuario di Monte Berico nei pressi di Vicenza, poi la Cena in casa di Simone , dipinto per il refettorio dei Serviti a Venezia (museo del Louvre, Parigi). Nel 1573, infine, la Cena in casa di Levi per il refettorio del convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia (attualmente esposto alle Gallerie dell'Accademia); a causa di profani presenti in quest'ultimo quadro, Veronese venne convocato dall'Inquisizione che lo costrinse a «correggere et emendare» il dipinto che, in origine, si intitolava Ultima Cena . Veronese si limitò a cambiare il titolo. Intorno al 1560-61, Veronese gode di un momento artistico molto felice che si estrinseca nella decorazione ad affresco di villa Barbaro, costruita a Maser su progetto di Palladio. Alle pareti del vestibolo cruciforme e di cinque stanze vicine, alcuni portici «trompe l'oeil» incorniciano paesaggi illustrati con fantasia poetica, o figure che hanno l'apparenza di statue. Gli scomparti delle volte e le lunette, con i soggetti mitologici o allegorici, fanno trionfare la prospettiva del soffitto; il colore possiede una luminosità intensa, soprattutto nella composizione celeste e girevole della sala centrale, in cui le divinità dell'Olimpo sono riunite al disopra di finti balconi. È l'apoteosi dell'illusionismo, illustrato anche nel vestibolo e alle due estremità dell'infilata delle stanze da alcuni personaggi «trompe l'oeil» che appaiono davanti a porte simulate. Si collocano intorno al 1565 quattro allegorie provenienti da un soffitto (National Gallery, Londra), caratterizzate da scorci audaci. Nel 1566, Veronese dipinse nella sua città natale la grandiosa pala dell'altare maggiore di San Giorgio in Braida, il Martirio di san Giorgio e, per la medesima chiesa, San Barnaba guarisce gli ammalati (Museo di Belle Arti, Rouen). Le brillanti Nozze mistiche di Santa Caterina, antica pala d'altare in Santa Caterina a Venezia (Gallerie dell'Accademia) sono datate intorno al 1570. Dipinto in collaborazione con Benedetto Caliari (1538-98), fratello di Paolo, sull'altare maggiore della chiesa di Santa Giustina a Padova, il Martirio di santa Giustina (1575) ricorda quello di san Giorgio per l'ampiezza della composizione a due tonalità. A Palazzo Ducale di Venezia, il soffitto a cassettoni della sala del Collegio accolse, tra il 1575 e il 1577, alcune pitture allegoriche le cui figure si stagliano su un cielo dal ricercato luminismo. All'incirca della stessa epoca, l' Adorazione dei Magi, grande tela a sviluppo verticale (Chiesa di Santa Corona a Vicenza) presenta tonalità più cupe, in un'atmosfera di misterioso crepuscolo; al contrario, la serie di quadri mitologici dipinti per l'imperatore Rodolfo II, oggi dispersi (due alla collezione Frick, uno al Metropolitan Museum di New York e uno al Fitzwilliam Museum di Cambridge) ricordano l'ispirazione dei «poemi» di Tiziano. A partire dal 1580 circa, l'intervento di consistenti aiuti finanziari spiega una certa incostanza nell'esecuzione: come avviene, per esempio, nel Trionfo di Venezia, un grande arazzo caratterizzato da una composizione a ripiani che occupa uno scomparto del soffitto della sala del Maggior Consiglio al Palazzo Ducale. Quest'ultimo periodo ha visto nascere, tuttavia, alcune opere molto personali, dal colorito intenso, come il Sacrificio di Isacco (Museo del Prado, Madrid), Giuditta e Oloferne (Palazzo Rosso, Genova) e, soprattutto, l'ultima opera del maestro (1587), San Pantaleone guarisce un fanciullo (chiesa di San Pantaleone a Venezia), di alta ispirazione. Il mondo di Veronese ignora, quasi sempre, l'espressione del dolore o della tristezza; non vi si può cercare, in generale, né raccoglimento, né intimità. È un mondo sereno e fastoso che traduce l'aspirazione alla felicità della società veneziana in composizioni le più caratteristiche delle quali sono ampie, ritmate da architetture teatrali e popolate da numerose figure. È un mondo immaginario, nonostante accolga il ritratto - talora facente parte della messa in scena, talora isolato - e alcuni elementi realistici come buffoni, nani, paggi, soldati, cani e scimmie, la cui presenza nell'ambito di episodi sacri e mitologici è giustificata dal gusto del dipingere. Si è spettatori di una festa del colore. Veronese gioca magnificamente con i rapporti di toni, i loro accordi o, a volte, con le loro dissonanze e i loro scambi reciproci attraverso i riflessi. Le sue tonalità sono più luminose di quelle dei suoi rivali. Nell'affresco come nella pittura a olio, in cui gli impasti contrastano con le velature, il tocco lieve o evidente sfuma i contorni, ma fa scintillare luci dorate nei panneggi di stoffe sontuose.
Sarebbe tuttavia limitante
attenersi a un'interpretazione basata esclusivamente sulla sensualità
di quest'arte. Nelle sue composizioni, Veronese annoda le figure in
morbide ghirlande oppure crea delle possenti diagonali. Questo artista
possiede il senso dello
spazio; la
sua prospettiva
originale e ardita moltiplica i punti di fuga (come nelle Nozze di Cana al fine di valorizzare, in seguito,
i vari
elementi) e
gli scorci; abbassa frequentemente la linea dell'orizzonte per
ingrandire le figure in primo piano,
mentre quelle
del fondo
o della
parte superiore (come nel Martirio
di san Giorgio)
obbediscono piuttosto a una prospettiva frontale. Nella decorazione dei
soffitti e delle volte, lo spazio viene concepito per una visione
obliqua a partire dal suolo. Tutto questo fa di Veronese un precursore
del barocco.
Sarà
proprio seguendo il suo esempio che S. Ricci, agli inizi del Settecento,
risveglierà la scuola veneziana dal
suo torpore, seguito da G.B. Tiepolo
che saprà trarne un'ispirazione più libera. In generale, i grandi
coloristi devono molto a Veronese: per
esempio Delacroix, il suo più fedele discepolo postumo, o Cézanne,
suo ammiratore. |
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