biografie - Biography
PIERO DELLA FRANCESCA
(Borgo San Sepolcro, Arezzo, 1415/20 - id. 1492)

Toscano di nascita  e  di  carattere,  Piero  della  Francesca  non  è tuttavia un artista legato a una sola città, poiché la sua attività si estende a tutta l'Italia centrale. La sua formazione artistica avviene a Firenze ed è segnata dall'influenza di Brunelleschi, di Donatello e dei pittori Masaccio e Andrea del Castagno,  rigorosi  creatori  della forma e dello spazio geometrico. È comunque accertato che Piero della Francesca fu allievo e collaboratore di Domenico Veneziano, con  cui lavorò all'esecuzione di un ciclo di affreschi (ora perduto) nel coro di Sant'Egidio. Come il Beato Angelico, Domenico Veneziano  proponeva ai suoi allievi uno stile meno teso, una scelta di toni più freschi e più luminosi.

Le grandi tappe della carriera

Commissionato nel 1445, ma portato a termine dieci o quindici anni più tardi, il Polittico  della  Misericordia  (comprendente,  a  parte  la predella e i santi laterali, opera di collaboratori, i pannelli che raffigurano San Sebastiano e San Giovanni Battista, i Santi  Andrea  e Bernardo, Benedetto e Francesco, l'Annunciazione, la Crocifissione e la Madonna della Misericordia) di San Sepolcro, oggi nella  pinacoteca comunale di questa città, testimonia già uno stile maturo e molto personale, nel quale tuttavia predomina  ancora,  sotto  la  probabile influenza di Masaccio, una tendenza scultorea e austera. Imposto dall'autore, lo sfondo d'oro arcaico non contrasta, ma fa  addirittura risaltare la densità delle figure, in particolare quelle del pannello centrale, che rappresenta la Vergine della Misericordia  e,  ai  lati, otto devoti inginocchiati disposti simmetricamente.

Alla stessa epoca appartengono certamente alcuni pannelli nei  quali  la  ricerca  della luminosità è già tanto importante quanto l'espressione del volume e la costruzione dello spazio: La Flagellazione (Palazzo Ducale di Urbino), legata a un episodio tragico della casata dei Montefeltro, ha una struttura di ispirazione classica  che  attribuisce  una  collocazione precisa alle figure della scena principale, piuttosto defilate, così come ai tre personaggi enigmatici che compaiono in primo  piano  sulla destra; il San Gerolamo (Galleria dell'Accademia, Venezia) e, di maggiore formato, il Battesimo di Cristo (National  Gallery,  Londra), devono il loro senso di profondità al vasto paesaggio.

Intorno al 1448 si colloca il viaggio di Piero della Francesca a Ferrara, importante sia per la sua carriera sia per la storia artistica della città, nella quale la corte estense  aveva  creato  un  clima  di  umanesimo  e  di innovazione. Il pittore vi incontra il Pisanello, Mantegna, Rogier Van der Weiden, che lo inizia al realismo e alla tecnica meticolosa dei maestri del Nord. Nulla però rimane degli affreschi da lui dipinti  al castello degli Estensi e a Sant'Agostino.

Si è conservata, in compenso, una testimonianza  dei  suoi  rapporti  con  un'altra  corte umanistica del rinascimento, quella di Rimini. Nel Tempio Malatestiano, realizzato su progetto  di  Leon  Battista  Alberti,  un affresco datato 1451, Sigismondo Malatesta con il suo santo protettore, mostra il signore della città accompagnato da due levrieri e in ginocchio davanti a San Sigismondo. Queste  figure,  dalle  linee molto rigide, si inseriscono mirabilmente nella struttura fittizia. Nella carriera di Piero della Francesca, l'episodio fondamentale è costituito dagli affreschi eseguiti in  San  Francesco  d'Arezzo. 

La decorazione del coro di questa chiesa viene affidata nel 1447 al pittore fiorentino Bicci di Lorenzo, il quale  muore  nel  1452,  dopo aver dipinto i quattro evangelisti della volta. La prosecuzione del lavoro è subito offerta a Piero della Francesca, che vi dedicherà fino al 1460 circa, insieme con  alcuni  collaboratori  il  cui  intervento appare piuttosto limitato.

Il ciclo è dedicato essenzialmente alla Leggenda della vera Croce e comprende numerosi episodi:  la  Morte  di Adamo, la Restituzione della Croce, l'Incontro di Salomone con la regina di Saba, l'Invenzione e prova della vera Croce, la Vittoria  di Costantino, la Disfatta di Cosroe, il Sogno di Costantino, l'Annunciazione, la Rimozione del sacro ponte, la Tortura  dell'ebreo, oltre a due Profeti, due Santi, due teste nella volta, un San Pietro Martire e un Angelo. Le due pareti laterali del coro sono ripartite in tre zone orizzontali sovrapposte, separate  da  cornici;  un  elemento verticale, albero, colonna, ecc., divide in due parti ciascuna delle varie scene. Piero della Francesca fornisce qui una  prova  di  grande padronanza dei suoi mezzi espressivi. L'aneddottica vi è bandita e la leggenda, ridotta  all'essenziale,  assume  una  risonanza  epica. 

La luminosità dei toni esalta il carattere scultoreo della forma, la traduzione dello spazio attraverso il paesaggio o la struttura. Diverse scene, come per esempio quella della morte di Adamo  o  quella dell'arrivo della regina di Saba con il suo seguito, hanno una gravità statica e una solennità alle quali si contrappone la tensione di altri episodi, come quelli del trasporto del legno di Croce, della tortura dell'ebreo e delle due battaglie. L'episodio del sogno  di  Costantino serve da spunto per un magistrale saggio di abilità nell'uso del chiaroscuro.

Nel periodo dedicato  soprattutto  al  ciclo  di  Arezzo, Piero della Francesca compie due viaggi a Roma: intorno al 1455, sotto il pontificato di Niccolò V, affresca la volta di una cappella di Santa Maria Maggiore con gli Evangelisti, dei  quali  rimane  soltanto San Luca; nel 1459, sotto Pio II, orna una delle camere del Vaticano di affreschi che sarebbero ben presto scomparsi per far posto a quelli di Raffaello. Tali opere hanno comunque  notevoli  influssi  sull'arte pittorica romana. Nonostante i suoi numerosi viaggi, Piero della Francesca non trascura il paese natale.

Nel 1454, gli viene commissionato un polittico con sfondo d'oro per Sant'Agostino di Sansepolcro, di cui restano quattro figure  di  santi  disseminate  in altrettanti musei (a Londra, New York, Lisbona e Milano). Altre opere, di datazione incerta, si collocano nel periodo degli affreschi di San Francesco ad Arezzo: nel duomo di Arezzo, una figura della  Maddalena, su pannello, dall'espressione altera, che va contro la tradizione; nella cappella del cimitero di Monterchi (in provincia di Arezzo),  un affresco di argomento insolito, la Madonna del parto (1460 c.ca), che ritrae la Vergine incinta con due angeli; una Santa Monica  e  un  San Domenico (Galleria Liechenstein, Vaduz); e soprattutto la Risurrezione, affresco di ispirazione maestosa, nel  palazzo  comunale di San Sepolcro, diventato pinacoteca della città.

Completati gli affreschi di Arezzo, Piero della Francesca si lega alla corte brillante e raffinata dei duchi di Urbino, Federico da Montefeltro e in seguito suo figlio Guidobaldo, al quale l'artista dedicherà i  suoi trattati De prospectiva pingendi e De quinque corporibus (quest'ultimo usurpatogli dall'allievo Luca Pacioli). Una testimonianza dell'intenso rapporto tra il pittore e i Montefeltro è costituita dal duplice ritratto, sotto forma di dittico, di Federico e della moglie  Battista Sforza (Dittico di Urbino, 1465, Galleria degli Uffizi, Firenze).

I due profili, il cui realismo è pari alla fermezza, si stagliano su  un ampio paesaggio collinare, trasfigurazione idealizzata dei dintorni di Urbino, come quella che, sul rovescio del dittico, fa da sfondo ai «trionfi» allegorici del duca e della duchessa. Quest'opera prelude al periodo conclusivo,  durante  il  quale  Piero  della  Francesca  pare addolcire alquanto il proprio stile e ricercare effetti più sottili, ispirati talvolta ai maestri fiamminghi. Del polittico si Sant'Antonio di Perugia (oggi nella pinacoteca  della  città)  si  può  considerare autografo il pannello superiore, una Annunciazione collocata in una suggestiva prospettiva di colonne corinzie, mentre la  parte  restante lascia trasparire l'intervento piuttosto consistente dei collaboratori.

Nella Natività proveniente dalla famiglia  del  pittore (National Gallery, Londra), si nota l'importanza del paesaggio e un nuovo tono intimo, al quale  contribuisce  il  realismo  discreto  dei pastori e degli animali; gli angeli musici richiamano quelli della Cantoria del Duomo di Firenze di Luca della Robbia. Ancora più  vicina al gusto fiammingo, la Madonna di Senigallia (Madonna con figlio e due angeli), dipinta per Santa Maria delle Grazie di Senigallia (oggi alla Galleria nazionale di Urbino), unisce alla delicatezza dei toni la finezza delle luci. La grande pala della pinacoteca di Brera a Milano, la Sacra conversazione, proveniente da Urbino, unisce in una struttura perfettamente simmetrica la Vergine con il Bambino, sei santi, quattro angeli e Federico da Montefeltro in ginocchio; quest'opera, certamente l'ultima che si conosca di Piero della  Francesca,  ha  costituito  un importante fonte di ispirazione per le pale d'altare della scuola veneziana.

Lo stile e il pensiero

Il linguaggio di Piero della Francesca, uno dei più originali del Quattrocento, rivela una conoscenza profonda delle regole  matematiche (formulate dallo stesso pittore nei due trattati citati) che sono alla base della costruzione di un universo ideale. L'organizzazione dello spazio attraverso  la  prospettiva  si  applica  sia  alle  strutture, delineate secondo lo spirito del Rinascimento fiorentino, sia al paesaggio, dove la natura è interpretata in modo tale da giungere a un effetto di straordinaria vastità.

La densità plastica delle  figure  e degli oggetti procede di pari passo con il rigore che presiede alla loro disposizione. Tutto appare collegato in questo mondo, che sarebbe minerale senza la gamma di colori trasparenti e  dolci  di  cui  Piero della Francesca possiede il segreto. Essa rende più convincente l'illusione del rilievo, diffonde sullo spazio e sulle forme una  luce cristallina, che completa l'unità del pannello o dell'affresco. Questo linguaggio rivela un'alta ispirazione. L'arte di Piero della Francesca, nonostante alcuni soggetti, concede poco al genere narrativo, reprimendo più spesso la contemplazione che l'azione. Alla grazia, alla tenerezza  o  al  dolore,  egli  preferisce  una  dignità tranquilla che rasenta l'impassibilità. Vi si avverte una sorta di solidità terrena, che tuttavia inclina verso ritmi solenni. L'universo di Piero della Francesca sembra sottrarsi alle leggi  del  tempo. 

Ciò non ha impedito al maestro di dimostrare, sotto la probabile influenza della scuola fiamminga, un interesse sempre più vivo per il realismo delle forme e delle  figure,  di  cui  i  ritratti  ducali  di  Urbino costituiscono una prova lampante. Egli ha dimostrato di prediligere anche le trasparenze dell'affresco. 

L'influenza e la fortuna critica

Piero della Francesca va annoverato tra i maestri che hanno  avuto  un ruolo preminente nello sviluppo della pittura italiana. Non gli sono mancati imitatori nell'Italia centrale e la sua influenza è avvertibile nello stile, più aggraziato, del fiorentino Alessio Baldovinetti (1425-99). Soprattutto, è importante sottolineare il profondo insegnamento che il suo esempio ha saputo trasmettere a grandi costruttori dello spazio e dei volumi, quali Melozzo da  Forlì, Luca Signorelli e i pittori di Ferrara.

La visione geometrica di Piero della Francesca sembra avere ispirato diversi architetti, come Luciano Laurana a Urbino, e ha probabilmente avuto ripercussioni sulle ricercate composizioni in  legno  frastagliato  che  costituiscono  la gloria dell'arte italiana dell'intarsio nel quattrocento. L'altro aspetto della sua arte, la sublimazione dei toni per mezzo della luce, ha profondamente influenzato il Perugino e diversi pittori di Venezia, in particolare Giovanni Bellini. Il genio di Piero della Francesca  ha trovato riconoscimento presso i suoi contemporanei italiani, che sembrano tuttavia averlo ammirato più come teorico  della  prospettiva che per le sue qualità di pittore. Nel XVI secolo, Vasari, suo compatriota, testimonia ancora una viva ammirazione nei suoi confronti. Segue un lungo periodo di indifferenza, se non di oblio, verso l'artista e la sua opera.

Occorre attendere il XX secolo  perché gli studi di Bernard Berenson, di Adolfo Venturi e di Roberto Longhi restituiscano a Piero della Francesca il titolo che  merita:  uno  dei più importanti pionieri del rinascimento italiano.

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