| biografie - Biography |
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GIORGIO
MORANDI (Bologna, 1890 - Bologna, 1964) |
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Primogenito di cinque figli, Giorgio Morandi pareva destinato a proseguire l'attività commerciale del padre, ma all'età di diciassette anni decise d'iscriversi all'Accademia di belle arti della città natale. A questi anni risale il suo approccio a Cézanne, la cui opera sarà sempre presente all'artista e ispirerà in particolare il suo primo periodo, quello della realizzazione dei Fiori (1913), del Paesaggio del 1911 (coll. priv., Milano), dai toni grigio-azzurri quasi madreperlati, e del Ritratto di fanciulla (1912) che Riccardo Bacchelli, nel primo articolo scritto su Morandi, evocherà per significare «il raggiungimento e la fine di una prima maniera». Sempre in questi anni egli si recò a Firenze per avvicinarsi all'opera di Giotto, e dei maestri del Quattrocento - Masaccio, Paolo Uccello - e a Roma (1911) dove l'Esposizione internazionale aveva organizzato una mostra di impressionisti. Dopo il compimento degli studi, si divise tra Bologna e la campagna dell'Appennino emiliano (Roffeno, Grizzane), luoghi ove trascorrerà tutta l'esistenza, elaborando lentamente il proprio percorso artistico, restando lontano dagli improvvisi e continui mutamenti dell'arte, anche quando la sua opera gli procurerà riconoscimenti e fama internazionale. Conosciuti Balla, Bocconi, Marinetti, per un breve periodo si accostò all'esperienza futurista: Natura morta di vetri (1914) è una raccolta di vasi, bicchieri, bottiglie, piatti che si avvicina di più al cubismo rivisto da Boccioni e Carrà e ancora a Cézanne. Così non stupisce se egli espose a Roma nel 1914 nella Prima esposizione libera futurista, anche se futurista propriamente Morandi non fu mai: ne ammirava però la carica creativa, la reazione nei confronti degli ambienti accademici, in poche parole, come ha scritto Bacchelli, la tensione verso l'esigenza di creare un linguaggio capace di esprimere la realtà di tempi nuovi. Al cubismo, rivisto però con stile molto personale, possono riferirsi alcune opere degli anni immediatamente precedenti la Prima Guerra mondiale, in cui gli oggetti si irrigidiscono riempiendo tutto lo spazio, come la Natura morta del 1913 (coll. Jucker, Milano) che si avvicina a Picasso e al tempo stesso all'atmosfera sottile delle tele del 1916. Allo scoppio del primo conflitto mondiale Morandi fu richiamato alle armi, ma si ammalò gravemente e fu, infine, riformato. Chiuso nella sua ricerca, egli sembrò non partecipare ai fatti storici, ma proprio in quel suo apparente isolamento andava elaborando, con sempre maggiore rigore e chiarezza, le linee essenziali della sua espressione artistica, compiendo una scelta personalissima che dà assoluta priorità alla natura morta: egli la rappresenta nella forma più spoglia, rifuggendo a facili effetti compositivi, senza preoccuparsi di equilibrare il gioco dei volumi nello spazio. Gli oggetti, al contrario, sono raggruppati, in una sorta di freddo abbraccio; talvolta lievi sovrapposizioni saldano fra loro i volumi, ma esse sarebbero indistinte se Morandi non le modulasse per mezzo di differenti tonalità di colore, pallide e piatte. Per il ricorrere di oggetti a tortiglione si è avanzata l'ipotesi di un riferimento a Rousseau il Doganiere, che non sembra improbabile data l'attenzione che Morandi mostrava per questo artista, di cui possedeva alcuni disegni. Gli oggetti, che sostanzialmente si pongono in una falsa prospettiva e accentuano la bidimensionalità dell'immagine, assumono anche un'essenza ideale tale da riferirsi a una realtà impossibile, metafisica, appunto. La malattia che lo colse nel 1917 ridusse la sua attività e in Fiori (1917) è evidente una ripresa faticosa che troverà ordine e misura nelle tele del periodo metafisico: Natura morta del 1918 ne apre la serie. La scelta metafisica avvenne a seguito della pubblicazione di alcuni dipinti e scritti di De Chirico, Carrà, Savinio, De Pisis. La ricerca di Morandi già aveva presentato una certa metafisica quotidiana senza giungere però alla certezza del simbolo. Fra il 1918 e il 1919, attraverso una surreale semplificazione e ordine di forme, egli raggiunse la verità primaria. Cesare Brandi ( Morandi lungo il cammino , 1970), spiegando la sua pittura metafisica, scrive che Morandi intuì un momento essenziale, cioè «quello che deve staccare l'oggetto designato per l'investitura simbolica dall'oggetto dell'esistenza, della banalità quotidiana». In questo distacco l'oggetto diventa intoccabile. Così si pone il confronto e la differenza fra De Chirico e Carrà: in loro la realtà non è mai dimenticata; Morandi si distacca tanto dall'oggetto da renderlo autosufficiente, da sottrarlo addirittura alla funzione simbolica. Ma allora gli oggetti che cosa simboleggiano? Che cosa sostituiscono? Un'atmosfera così rarefatta non poteva durare a lungo ed ecco già nella Natura morta (1918) dell'Ermitage a Leningrado la tensione allentarsi e scomparire nella Natura morta del 1919 dove, al manichino sezionato, si avvicinano gli oggetti tangibili della vita quotidiana; fino alla Natura morta del 1919, in cui la scatola del prestigiatore si è aperta a rivelare i suoi misteri: la palla, l'asticciola. Infatti nella seconda metà del 1919 Morandi recuperò le cose: i Fiori (1920) e la Natura morta (1920) con l'orcio esprimono una evidente dimensione plastica che lo avvicina di più alla metafisica di «Valori plastici», la rivista di Mario Broglio che riprodusse fin dal numero di aprile-maggio del 1919 le opere di Morandi. La terracotta è calda, gli oggetti sono resi in toni riposati, il legno del tavolo è dolce, di colore domestico, come commenta Franco Solmi ( Morandi: storia e leggenda, 1978). D'ora in poi, Morandi diventerà sicuro di sé e della propria pittura. Le nature morte rivelano la verità delle cose quotidiane in cui gli oggetti diventano protagonisti di un'antica intimità. Nel frattempo, egli riprese la sua attività d'incisore, iniziata sin dagli anni della Prima Guerra mondiale, dispiegandosi con maggior sicurezza nelle acqueforti: Il campo di tennis ai giardini Margherita a Bologna (1921); due Paesaggi, con i camini dell'Arsenale nei dintorni di Bologna, e con la veduta dell'Osservanza (1921); Natura morta con il cestino del pane (1921); Natura morta con pane e limone (1921); Conghiglia (1921). Il Paesaggio di Villa Comi (1922) segna un limite preciso: le opere successive esprimeranno una personale autarchia che procederà parallelamente alla cultura ufficiale del fascismo. La sua modernità, d'altra parte, consisteva nella sua solitudine silenziosa e quindi poteva ben esporre nelle mostre del Novecento e al tempo stesso essere lontano da ogni dramma, proprio perché la sua introspezione gli faceva conquistare chiarezza interiore. Il suo isolarsi dal presente è forse da mettere in relazione con il rifiuto della figura umana. I pochi disegni e dipinti e la serie di incisioni: Ritratto di Torquato Raimondi (1926); Figura femminile dormiente (1926); Testa di profilo verso destra (1927); Figura femminile seduta verso destra (1928); Ritratto femminile (1928), furono in seguito rinnegati da Morandi perché contrari a quegli aspetti eterni e al tempo infinito propri del mondo del pittore. La figura umana non si adeguava, nella sua instabilità e mobilità, al silenzio sospeso sul fluire della vita, mentre i dipinti e le incisioni con nature morte e paesaggi potevano ben esprimere questa sua misura del reale. Dal 1929 al 1937 l'artista coltivò un particolare rapporto con le cose: un malinconico lirismo pervade i suoi paesaggi; nelle nature morte l'oggetto si riduce alla sua stessa ombra. Un senso di morte pietrificato, un silenzio incombente tormentano i quadri di Morandi, che ritrova la serenità nella Natura morta del 1937. Mentre l'Italia fascista nascondeva le inquietudini della nuova generazione, Morandi era indicato a esempio per i giovani di Corrente.
E nei momenti più tragici della storia europea
ancora una volta i paesaggi di Grizzana e di Roffeno
erano i muti
compagni dell'«eremita di via Fondazza» ove visse isolato per decenni.
Il suo percorso artistico
poté servire
di lezione,
come stimolo a ricercare sempre dentro di sé, con un lavoro di
introspezione. Il ritorno insistente sugli stessi motivi
è il segno più
tangibile della continuità della sua ricerca. Negli ultimi dipinti si
avverte la volontà del pittore di sottrarsi ancor più al mondo: la
solitudine è più che mai sconsolata. L'ultima Natura
morta (1964) raffigura, pallidi fantasmi di
un mondo
irripetibile. |
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