| biografie - Biography |
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JOAN
MIRÓ (Barcellona, 1893 - Palma di Maiorca, 1983) |
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Durante l'estate 1923, inizia a Montroig Terra arata (museo Solomon Guggenheim, New York) che segna il suo passaggio al surrealismo. In effetti, dopo aver conosciuto Picasso e Pierre Reverdy, entra in contatto con Masson, Michel Leiris e Breton, e dagli anni 1924-25 partecipa al movimento surrealista: la sua mostra alla galleria Pierre, nel 1925, precede di qualche settimana la prima manifestazione del gruppo nella stessa galleria. Continuando a risiedere alternativamente a Parigi e Montroig, si dedica, spronato da Breton, a una pittura improntata al più «puro automatismo». Forme in completa libertà, né astratte, né figurative, neanche «simboliche» nel senso comune del termine, si muovono su di una superficie ove è scomparso ogni effetto prospettico. Il carattere concreto dei titoli, tuttavia, così come l'audacia dell'impostazione, si allontanano del resto da ogni riferimento a un'arte puramente decorativa (Mano che cattura un uccello, 1926, coll. Marie-Laure de Noailles, Parigi; La patata, 1928, coll. privata, New York). Un grafismo sempre molto deciso si unisce alla struttura analogica propria del surrealismo nel celebre Nudo (1926, collezione Arensberg, Museum of art di Filadelfia). Tuttavia Mirò intraprende a partire dal 1928 nuove ricerche: sviluppa l'idea di reinterpretare, attraverso il gioco delle associazioni mentali, i quadri dei maestri del XVII secolo (con i tre Interni olandesi del 1928) e anche la pubblicità, trasformando così un motore diesel in ritratto di La regina Luisa di Prussia (1929, Southern Methodist University, Meadows Museum, Dallas). Lo stesso processo di disintegrazione e ricostituzione viene applicato da Mirò per alcuni anni a opere su carta, collages e «oggetti surrealisti» (Uomo e donna, 1931, collezione privata, Parigi). Dal 1927, Mirò aveva sperimentato il «quadro-poema», cioè l'iscrizione diretta sulla tela di qualche frase poetica tra i suoi consueti asterismi. Al 1930 risalgono le litografie (le prime di un'abbondante produzione) per L'albero dei viaggiatori di Tristan Tzara. Nel 1933, si cimenta nell'acquaforte ed esegue le sue prime sculture. Dal 1934 al 1937, sperimenta tutti i tipi di nuovi supporti per la propria pittura (carta vetro, carta catramata), mentre ritorna all'interpretazione poetica del «reale» che aveva contrassegnato i suoi esordi ( Personaggio di fronte alla natura, 1935, coll. Arensberg, museo di Filadelfia). Profondamente colpito dalla guerra di Spagna, esegue nel 1937, una pittura murale per il padiglione della Spagna repubblicana all'Esposizione internazionale di Parigi: Il falciatore. Lo stesso anno, un'altra eco, questa volta indiretta, degli avvenimenti spagnoli si ritrova nell'unica opera espressionista, Natura morta con vecchia scarpa (donazione J.T. Soby, Museum of Modern Art, New York). In seguito, con un rovesciamento di segno che scaturisce dalla poesia portata ai suoi limiti di purezza, egli rivela nel corso della primavera del 1940 una straordinaria ricchezza creativa nella serie di ventidue gouaches di grandi dimensioni intitolati Costellazioni, successivamente raccolti in album nel 1959. Con l'occupazione tedesca di Parigi, Mirò rientra in Spagna e vive in assoluta solitudine (Palma di Maiorca, Montroig, Barcellona), rifiutando esplicitamente ogni partecipazione a manifestazioni artistiche organizzate dal regime franchista. Mirò sembra limitare anche la sua attività pittorica alla ripresa di temi precedenti (Donna, uccello, stelle, 1942, collezione privata, New York), benché allo stesso periodo risalga uno dei suoi capolavori: la «metamorfosi» di un Ritratto di uomo del XIX secolo per mezzo di aggiunte successive di diversi segni capricciosi (1945, galerie Pierre Matisse), il cui spirito è stato in seguito spesso imitato. Nel 1944, inizia in collaborazione con J. Llorens Artigas le sue prime ceramiche, riprendendo così un'opera scultorea che utilizzerà ugualmente il bronzo (piccoli assemblaggi di materiale grezzo da fusione o grandi forme patinate). Dopo il 1950, si dedica a una pittura spesso monumentale, fatta da ampi spazi monocromi nei quali appaiono solo uno o due elementi del suo repertorio tradizionale. Altre opere rivelano l'influenza delle pitture preistoriche del Levante spagnolo (Donna nella notte, 1945, gall. Pierre Matisse). Esegue una decorazione murale per la Harvard University (1951) e due pareti in ceramica per il Palazzo dell'Unesco di Parigi (1957), una dedicata al Sole, l'altra alla Luna. Attorno ai due simboli astrali, Mirò intreccia allusioni vegetali e soprattutto animali, dipinte quasi esclusivamente nei colori elementari e assai vivi che egli predilige sin dalla sua giovinezza.
Altri
«murali» di questo tipo si trovano in molte città (aeroporto di
Barcellona, 1971).
Ritornato
a Palma di Maiorca, si dedica nuovamente alla pittura su tela, il più
delle volte monocroma, nella quale l'inquietudine della
vita è resa tramite un tratto più o meno forte, invece di un cerchio o
una stella. Nel 1966, si stabilisce per qualche tempo in Giappone,
scambiando con la scuola dei calligrafi
tradizionali, la cui
arte possiede numerose affinità formali con la sua,
un’amichevole collaborazione. Nel 1970, lascia il suo ritiro per
unirsi, nonostante l'età avanzata,
agli intellettuali spagnoli contestatari che si riuniscono presso
l'abbazia di Montserrat durante il
processo contro
gli autonomisti
baschi. Da quel periodo, si dedica alla scultura e a pannelli tessili (Sobreteixim).
Attraverso
il rinnovamento pressoché costante di una ispirazione
che, non avendo mai perso il suo legame con la fantasia
infantile, sfocia direttamente nel
«meraviglioso»,
nel senso più squisitamente poetico del termine, Mirò offre un'interpretazione originale
e peculiare del surrealismo pittorico. |
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