biografie - Biography
LORENZETTI (i) 

Famiglia di pittori senesi vissuti tra il XIII e il XIV secolo.

Sebbene fratelli, Pietro (Siena, 1280 ca - id., 1348?) e Ambrogio (Siena, 1285 - id., 1348?) Lorenzetti furono due artisti diversissimi  e mostrarono la più ampia autonomia artistica l'uno dall'altro sebbene lavorassero negli stessi anni, luoghi e talvolta anche in collaborazione. Fra gli antichi commentatori, Ghiberti ammira Ambrogio e ignora del tutto Pietro; Vasari non sospetta neppure che Pietro fosse fratello di Ambrogio, che definisce letterato e  filosofo  oltre che artista. I critici moderni hanno studiato sempre separatamente i due artisti, appunto perché essi si delinearono in maniera completamente dissimile, pur nell'ambito di una cultura comune, anche se straordinariamente le divergenze si attenuarono col  passare  degli anni. Questa particolarità non è strana se letta nel tempo, cioè in un periodo storico in cui comune era il fine di una bellezza  ideale  che corrispondesse il più possibile agli ideali religiosi di ampia parte della società del tempo. Pochi i dati sicuri ma tali che tra i due si può  pensare  che  Pietro fosse il più anziano. Attivo ad Assisi, affrescò la Madonna e il Bambino tra i santi Giovanni Evangelista e  Francesco  nella  Cappella Orsini della basilica inferiore di San Francesco, da cui si rivela la sua formazione riferibile a Duccio da Buoninsegna e a Giotto.

La  pala con la Beata Umiltà e tredici storie della sua vita reca la data del 1316 ed evidenzia ancora una volta una concordanza giottesca; egli  si mostra però più vicino all'ultimo Giotto, cioè a quello del periodo fiorentino; come pure Santa Lucia, in parte rifatta, nella  chiesa  di Santa Maria dei Magnoli a Firenze, e la Croce nella chiesa di San Marco a Cortona. Il periodo giottesco  sembra  essere  superato  nella tavola Madonna e il Bambino tra quattro angeli a Cortona, in cui egli si riallaccia alle fonti pittoriche senesi di Duccio e Simone Martini. Quest'opera molto probabilmente seguì il Polittico (1320) dipinto  per Santa Maria della Pieve di Arezzo, in cui il muto colloquio di sguardi tra la Madonna e Gesù, ispirato alle severe sculture di Giovanni Pisano, è molto diverso dalla dolcezza e dalla  gentilezza  dell'altra tavola di Cortona. Tra il 1326 e il 1329 Pietro ritornò ad Assisi, dove realizzò le Storie della Passione di Cristo,  per  affrescare  il braccio sinistro del transetto della basilica inferiore di san Francesco.

È  opinione  comune  che  solo  la  Discesa  al  Limbo,  la Risurrezione, il Seppellimento siano di Pietro, mentre le altre siano di un suo aiutante e  collaboratore.  Opera  di  maggior  impegno  per l'artista, ne riflette anche l'intensa emotività e delicatezza. La Madonna più solenne di tutte è quella del grande polittico, terminato nel 1329 e ora smembrato, per la chiesa del Carmine a Siena, la cui parte centrale raccoglie la Madonna, austera e regale, con il Bambino, ai lati san Nicola da Bari e il profeta Elia,  protettore  dell'ordine dei Carmelitani, e quattro angeli sotto le arcate del coronamento. La predella sottostante  illustra  le  vicende  storiche  dell'ordine  in cinque pannelli che trovano un chiaro precedente nelle storie della Beata Umiltà.

Ma lo spazio è inteso e composto  diversamente:  da  una spazialità architettonica d'ispirazione giottesca e fiorentina si passa a una maggiore  consapevolezza  prospettica,  propria  anche  di Duccio, con profondità ariose che danno un senso di favola e di irrealtà. Questo più articolato senso di spazio è visibile anche nelle scene affrescate nella basilica di Santa Maria dei Servi a  Siena,  la Strage degli Innocenti e il Banchetto di Erode, senz'altro ispirate da Pietro ma non di mano sua, comunque testimoni di una rapida divulgazione dei suoi metodi  pittorici.  Nella  pala  della  Natività della Vergine, iniziata nel 1335 e terminata nel 1342 per il Duomo di Siena, lo spazio, pur diviso in un trittico, è ricondotto a uno stesso ambiente e a una successione di sale. Un tardivo giottismo è  presente nella tavola della Madonna e angeli, ora agli Uffizi, che riporta nel suppedaneo del trono la firma e la data 1340. Nel frattempo si possono inserire altre opere minori, quali la Madonna Loeser di Firenze  e  il Cristo risorto. Anche le prime opere di Ambrogio devono essere ricercate fuori di Siena: la Madonna col Bambino (1319) fu  realizzata per la chiesa di Sant'Angelo a Vico l'Abate presso Firenze, città in cui Ambrogio abitò, dal momento che nel 1321 gli era stata sequestrata presso Nuto di Vermiglio (unam guarnachiam de saia  de  camo  ad  usum mulieris), forse un vestito della moglie, come pegno per un debito non pagato, e dove nel 1327 risulta immatricolato nell'Arte dei Medici e Speziali.

Contrariamente al fratello, non vi è traccia di un ascendente ducciano, e il suo giottismo è molto più superficiale. Numerose sono le Madonne di Ambrogio, e tutte risolte in modo diverso; dall'impassibilità al colloquio con il Bambino fino a giungere alla Madonna del latte del Seminario di Siena, in cui  la  madre  contempla con amore il bimbo attaccato al seno, in una visione pittorica prettamente occidentale. La stessa bellezza  femminile  compare  nelle sante, come santa Dorotea che offre il mazzolino di fiori alla Madonna del Trittico di santa Petronilla. Nelle due tavole della Presentazione al Tempio (1342), ora agli Uffizi, e nell' Annunciazione (1344), a Siena, si afferma l'intuizione di alcuni  principi  della  prospettiva lineare, laddove non vi è né racconto (Duccio), né dramma (Giotto), né lirismo (Simone Martini), ma la rivelazione storica del concepimento e della missione della Vergine. I rapporti di linea, spazio e colore che costruiscono articolate architetture sono evidenti nell'affresco con San Luigi di Tolosa che pronuncia i voti di francescano, nella  chiesa di San Francesco a Siena, così diversa dalla Natività della Vergine di Pietro, e nell'altro affresco del Martirio dei sei francescani nella Cappella Bandini Piccolomini, provenienti tutti dalla sala capitolare, da dove furono rimossi nel 1857, e costituenti i più antichi saggi  di affresco di Ambrogio.

Il ciclo delle Allegorie e gli Effetti del buono e del cattivo governo in città e nel contado (1337-39), nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena, rappresenta un vasto complesso di soggetto politico, didascalico e morale con le tre  grandi  invenzioni allegoriche della giustizia, della concordia e della pace unite con le altre virtù che accompagnano la visione allegorica del buon governo personificato nel Comune, un vegliardo con i colori della Balzana,  lo stemma bianco e nero di Siena, che siede circondato dalle Virtù cui rendono omaggio i 24 consiglieri della Repubblica uniti da  due  corde intrecciate, cioè concordes, che la concordia raccoglie sotto la bilancia della giustizia. Negli Effetti del buon governo è rappresentata la città di Siena del Trecento con i palazzi merlati, le torri, le piazze e le strade operose di traffici; da una porta della città si esce nella campagna, ben organizzata in campi, vigne, oliveti e boschi, popolata da cacciatori, viandanti  e  contadini  intenti  ai loro lavori. Città e campagna si equivalgono in un recupero dei numerosi aspetti della loro vita  e  di  un'umanità  vista  nella  sua concretezza reale. Purtroppo gli affreschi del Cattivo governo sono in pessime condizioni, ma lasciano tuttavia intravedere città che rovinano e campagne deserte. Eppure il vero protagonista è l'ambiente, sia urbano  sia  rurale  o  anche  marino,  sempre  rappresentato  con chiarezza, lontano dalla stilizzazione bizantina. Sempre per il Palazzo Pubblico di Siena A. Lorenzetti esegue due altre opere: una Maestà (1340) e il Mappamondo, andato purtroppo perduto, in cui l’artista aveva tracciato una mappa dello stato senese. La sua città è presente ancora nei Miracoli di san Nicola da Bari; nel Miracolo del grano Ambrogio offre, attraverso l’ambiente del golfo, uno scenario della fatica operosa dell’uomo.

Infine, due tavolette con la Città sul mare e il Castello sulla riva di un lago, molto probabilmente ornamento di qualche mobile, sono due primi esempi di «paesaggio puro». L’ultimo documento relativo ad Ambrogio è del 1347, quando egli è membro del «Consiglio dei Paciari» di Siena, un anno prima delle peste che molto probabilmente colpì anche Pietro.

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