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GIORGIO
DE CHIRICO (Volos, 1888 - Roma, 1978) |
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«Pittore e scrittore, filosofo e poeta»: così lo definisce Isabella Far, moglie e collaboratrice dell'artista, introducendo il volume edito da Mondadori sulla vita e le opere di De Chirico un anno dopo la sua morte. Certo la sua opera è al centro di discussioni e polemiche: pregiudizi e incomprensioni permangono nonostante le analisi di ormai numerosi critici. C'è chi fa terminare la sua arte all'epoca metafisica: sarebbe troppo semplicistica la soluzione e la comprensione di un artista che di se stesso dice «Et quidi amabo nisi quod aenigma est? » (E cosa amerò se non ciò che fosse enigma?). La sua
vita fu lunga, ricca di esperienze personali e di lavoro; passò
attraverso situazioni storiche e artistiche diverse e nonostante tutto
«l'arte è stata
per lui quotidiano apprendimento. In un epoca che ha rifiutato e
tradito la grande tradizione pittorica del passato, De Chirico è il
pittore che ha avuto la volontà e
la capacità di
rispettarla» scrive ancora
Isabella Far. Infatti provava gioia ed emozione intense quando, dopo aver ricalcato sul vetro della finestra alcune stampe, ne ammirava i contorni, rammaricandosi di non poterle disegnare egli stesso. Così si affannava a farlo, ma con grande difficoltà. La presenza del padre, capace e con senso positivo della vita, in questi suoi primi tentativi fu preziosa per l'aiuto tempestivo che gli diede. Costretto a trasferirsi in varie località a motivo dell'attività paterna ricevette le prime lezioni di disegno, da un giovane impiegato alle ferrovie: si chiamava Mavrudis, era un greco che viveva a Trieste e «disegnava meravigliosamente» come scrive di lui lo stesso De Chirico. Fu impressionato dalla sua bravura più di quanto non lo fu in seguito studiando i grandi della pittura. Questo primo maestro gli insegnò l'amore per le linee pulite belle, per bei contorni e le forme ben modellate; l'amore per il buon materiale; gli insegnò a far spuntare la punta della matita: insomma tutte le cose inerenti al buon e bel disegno che poi ritrovò anche nel libro di Ruskin. Intanto tutti quegli spettacoli di eccezionale bellezza che da fanciullo vedeva in Grecia, si imprimevano nell'animo e nel pensiero di De Chirico in maniera indelebile insieme alle emozioni dei vari traslochi della famiglia. Nel 1899 si stabilì ad Atene e risale a questo periodo un ricordo molto preciso di una esposizione di pittura in cui «i quadri che vedevo mi parevano bellissimi e molto più belli di tanti quadri antichi di cui in casa vedevo le riproduzioni» Dal 1900 frequentò per quattro anni la scuola del Politecnico di Atene, dopo che aveva studiato ancora disegno con i pittori Carlo Barbieri e lo svizzero francese Gilleron. Si
provò anche nello studio dl violoncello per il quale però non si
sentiva portato, anche se
il suo suono gli era sempre piaciuto tanto da preferirlo a quello del
violino. Sempre nelle Memorie,
uno dei libri più discussi della cultura italiana dove «quasi uno
specchio, leggermente
velato dall'ossido della cattiveria, De Chirico riprende il filo
mai interrotto dei suoi scritti» (M. Fagiolo Dell'Arco),
leggiamo il
suo itinerario artistico dai suoi primi studi privati al
Politecnico, dove il modo di insegnare il disegno «era molto giusto e
sistematico». Nel frattempo volle tentare la tecnica della pittura ad olio:
il primo quadro, a
dodici anni, fu «una vita silente»:
tre grossi limoni con le foglie posati sopra un tavolo, che
suscitò una tragedia nel senso che il dipinto non asciugava mai,
poiché era l'olio d'oliva invece che
di lino. Inoltre dipingeva paesaggi uscendo dalla città in
qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo. La sua vita scorreva
malinconica anche per il precario stato di salute
del padre
con il
quale, malgrado
l'affetto profondo si era stabilita «una certa distanza, un apparente
freddezza o, piuttosto, un certo pudore».
Egli l'aveva
incoraggiato pur sempre nel disegno e la notte in cui morì, De
Chirico prese carta e matita, nella bellezza della notte di maggio,
chiara di
luna, al lume di
candela disegnò il profilo del padre che riposava nel sonno della
morte.
Apprendistato
tedesco: maturazione metafisica Dopo la morte del padre, la famiglia ritornò in Italia, la data non è certa perché è discordante tra le Memorie e la prima autobiografia, scritta con la collaborazione del fratello minore Andrea, che utilizza lo pseudonimo di Alberto Savinio. Fu a Firenze che presumibilmente nel 1905, quando frequentò l'Accademia di belle arti; visitò poi alcune città fra cui Venezia e Milano; non capì allora nulla dei capolavori veneti, mentre fu impressionato dalle opere di Segantini e di Previati. Lo colpirono soprattutto la «poesia e la metafisica» dei due artisti, anche se capì solo più tardi la qualità della loro materia pittorica e ne sentì l'infinito mistero. A diciott'anni partì per Monaco in Germania sentendo l'urgenza di «un insegnamento più metodico e disciplinato» e vi frequentò l'Accademia interessandosi molto anche di letteratura e filosofia tedesca, visitando i musei la sera e frequentando le sale da concerto. Fu affascinato da Böcklin e Max Klinger, ma anche dal senso del superuomo di Nietzsche, dal pensiero di Schopenhauer, dal quale tradurrà alcune poesie, infine da Otto Weininger. Ritornò a Milano dove dipinse «quadri di sapore böckliniano»: città, lotte di Centauri, personaggi marini; di questo periodo è l'Autoritratto (1908 - 1911) con l'epigrafe niciana. Quando nel 1910 si trasferì a Firenze, il periodo böckliniano era ormai passato; iniziò a dipingere soggetti con i quali si esprimeva il forte e misterioso sentimento scoperto nei libri di Nietzsche: Enigma di un pomeriggio d'autunno (1910), il quadro per la cui composizione è importante annotare la rivelazione che ebbe trovandosi in piazza S. Croce a Firenze «allora ebbi la strana impressione di guardare quelle immagini per la prima volta, e la composizione del dipinto si rivelò all'occhio della mia mente. Ora ogni volta che guardo questo quadro rivedo ancora quel momento. Nondimeno il momento è un enigma per me, in quanto inesplicabile. Mi piace chiamare enigma l'opera da esso derivata» Fu l'inizio di dell'esperienza metafisica «al di là delle cose fisiche», l'enigma metafisico si nasconde nelle architetture o negli eventi: L'enigma dell'oracolo (1910); L'enigma dell'ora (1911); La meditazione del mattino (1912); La meditazione autunnale (1912). In qualsiasi cosa una arcata, una statua, un manichino, un ombra può trovarsi l'aspetto spettrale ed eterno del momento filosofico dechirichiano. Recatosi a Parigi nel 1911 i suoi quadri ottennero successo e qualche lode da parte dei critici, anche se non ne fu venduto neppure uno. Nel frattempo, nel 1913, conobbe Guillaume Apollinaire che lo consigliò di esportare agli Indépendants alcuni quadri, elogiati per essere molto «decorativi» ma affatto compresi, tanto che alcuni artisti gli predissero grande successo come scenografo. Lo stesso anno espose al Salon d'Automne e vendette un quadro: era la prima volta. Il clima culturale di Parigi accoglieva allora le esperienze del cubismo e del futurismo espressi poi dialetticamente dallo stesso Apollinaire; gli artisti disprezzavano l'arte ufficiale esposta nei Salons minori; si affermavano le nuove tendenze dell'arte astratta: una città di spirito «moderno» che colpì De Chirico il quale scrisse di avere l'impressione di essere in una grande scatola a sorpresa, di trovarsi di fronte a una scena di un teatro meraviglioso dallo scenario del grigio tenerissimo della nebbia che unisce il cielo alla terra e alle costruzioni grigie opera degli uomini.
Nel mistero della modernità di
Parigi De
Chirico lavorò
intensamente maturando la sua filosofia metafisica in un accavallamento
tra realtà e memoria, mitologia e iconografia. L'artista
afferma di voler dipingere l'Italia,
guarda con
l'occhio della mente la città che lo ospita, in una visione
appunto «metafisica»: La
melanconia d'una bella giornata
(1912-1913); La
stanchezza dell'infinito (1912-1913); Il
pomeriggio di Arianna (1913); Piazza
d'Italia (1913); L'enigma
di una giornata (1914);
Composizione Metafisica (1914);
Canto d'amore (1914); Manichini con torre rosa
(1915). La sua pittura si approfondisce:
inizia nel corso del
1913 il metodo ciclico. Molte torri, la scultura greca si accavalla allo
spazio che si dilata sempre più nella
definizione di
«architettura metafisica», mentre le piazze d'Italia si allargano in
una visione prospettica di ombre sempre più minacciose. Infine
fa la sua
apparizione il manichino, variante della statua:«un oggetto che
possiede a un dipresso l'aspetto dell'uomo, ma senza il lato movimento e
vita; il manichino è profondamente non vivo e questa sua mancanza di
vita ci respinge e ce lo rende odioso. Quando un uomo sensibile guarda
un manichino egli dovrebbe essere preso da un desiderio
frenetico di
compiere grandi azioni... Il manichino non è una finzione, è una
realtà, anzi una realtà triste e mostruosa» Così spiegherà De
Chirico nel 1942.
Affermazione
della metafisica
All’inizio
dell'estate 1915, spinti dallo stesso impulso che aveva fatto arruolare
Apollinaire nell'esercito francese, De Chirico con
il fratello partirono per presentarsi al distretto militare di
Firenze e «appartenere a
un paese, a una razza e avere un passaporto in regola». Furono
destinati a Ferrara
«città quantomai
metafisica», bella
e malinconica, da dove però De Chirico continuò a comunicare
con Parigi attraverso un carteggio
Paul Guillaume,
il primo
mercante di
De Chirico, al quale promise e mandò i quadri dipinti tramite la
madre, annunciandogli una sua nuova pittura: «Sono assalito da
rivelazioni e
ispirazioni». Conobbe il marchesino Filippo Tibertelli De Pisis, non
ancora pittore, che l'11 ottobre 1916 scrisse sulla «Gazzetta
Ferrarese» il primo articolo in Italia sull'artista: «I suoi ultimi
quadri dai colori pretti e dalle forme taglienti sono la realizzazione
dell'attimo in cui fra
il rombare opprimente
della vita
moderna l'occhio acuto percepisce e scruta e fissa gli aspetti di
questa vita moderna con spontaneità bambina e pure riflessa». Nel
clima culturale
ebreo di Ferrara De Chirico scoprì anche una nuova religione e i suoi
quadri si arricchirono di un nuovo soggetto:
Venerdi Santo
(1915); Nature morte evangelique (1916); L'angelo ebreo (1916).
Nel
1917 De Chirico e Carlo
Carrà si ritrovarono insieme
nell'ospedale Villa
del Seminario per malattie nervose: furono «strani mesi»,
ricchi di nuove emozioni creative: Ettore e Andromaca (1917); Il
trovatore (1917); Le
muse inquietanti (1918).
Il
periodo di «Valori Plastici»
Già
nel 1918 si avvertiva l'esigenza di una nuova rivista che raccogliesse
le energie del dopoguerra. De Chirico scrisse una
specie di editoriale e finalmente la rivista «Valori
Plastici» (pubblicata a Roma tra il 1918 e il 1922) trovò in
Mario Broglio, pittore e critico
d'arte, il suo direttore e mecenate. I «valori»
furono individuati nella tradizione italiana e registrando i
fatti della cultura europea, la rivista ne diventò un apprezzato punto
d'incontro, un organo delle
ricerche più nuove. De Chirico firmò un contratto di collaborazione
che lo portò a preparare sei scritti: Zeusi
l'esploratore, una
prosa lirica; Sull'arte
metafisica; Impressionismo;
Il ritorno al mestiere; con la
sua esplicita affermazione «Pictor
classicum sum»;
Il senso architettonico nella
pittura antica; La mania del
Seicento. Intanto tra il 1919 e il 1921 cedette
tutta o
quasi la
sua produzione a
Broglio e tra il 1918 e il 1922 tenne alcune importanti mostre, restando
però amareggiato dalle critiche:
I
pesci Sacri (1918);
parecchi Autoritratti, uno dei
quali reca la scritta «Et quidi amabo nisi quod metaphysica est?» (E
che cosa amerò se non la metafisica delle cose ?) e i quadri con temi
che si rifanno al mito del viaggio,
del destino «quel destino che finora mi ha costretto di andare sempre
di gente in gente».
Roma-Firenze.
Parigi Scrive di lui Alain Jouffroy «un grande maestro che non ha seguaci. Non raccoglie mai suffragi unanimi. Impensierisce perché si situa al di fuori del presente. Impedisce che intorno a lui si lascino cristallizzare certezze, opinioni mode pericolose». In effetti dopo l'esperienza classica di «Valori plastici» si aprì per De Chirico un nuovo periodo di ricerche: dal periodo romantico durante la sua permanenza a Roma e Firenze, in cui si riaccostò a Böcklin con le ville, le nature morte, i personaggi antichi; al periodo di crisi del 1925, in cui entrò a Parigi nel gruppo dei surrealisti, un brusco cambiamento sia tecnico che stilistico; alle nuove mitologie del felice periodo parigino. Tra il 1926 e il 1927 nacquero infatti alcuni cicli nuovi: temi classici dipinti con materia liquida a tratto veloce: Mobili nella Valle (1927), in cui si riprende il tema del trasloco. Nel 1928 fu l'anno dello scontro con i Surrealisti che erano già stati definiti dall'artista «gente cretina e ostile»; mentre gli furono dedicati tre volumi tra cui il testo di Jean Cocteau, Il mistero laico, che è la prima importante analisi dopo quelle di Apollinaire e Breton e riporta cinque disegni di De Chirico: I mobili della valle, I Cavalli sulla spiaggia, Paesaggi in una stanza, Trofei, Archeolog". La sua attività, sempre frenetica, registra un racconto o testo autobiografico a carattere onirico e fantastico: Hebdomeros (1929) che apparve prima a puntate sulla rivista d'avanguardia «Bifur» e poi in volume. «Egli amava la logica e l'ordine più dell'armonia» precisa l'autore del testo più surrealista, in polemica evidente con i surrealisti. Inoltre iniziò la sua collaborazione con il teatro preparando le scene e i costumi per il balletto Le Bal con la ripresa dei temi noti. A cavallo degli anni Trenta si legò agli «Italiani di Parigi», in un ideale richiamo ai valori costruttivi dell'arte italiana. Per l'editore Gallimard eseguì 66 litografie che illustravano l'edizione dei Calligrammes di Apolinnaire, una delle più alte e più variegate prove fantastiche di De Chirico. In questi anni conobbe Isabella Packswer (in arte Isabella Far) e nel periodo d'intermezzo italiano si impegnò con la pittura murale nel palazzo della Triennale di Milano dove, nel 1933, eseguì con la tecnica della tempera all'uovo La cultura del tempo. Approfondì la ricerca tecnica studiando i vecchi trattati e scritti sulla pittura; nel 1934 preparò scene e costumi per la Figlia di Jorio di Gabriele D'Annunzio messa in scena da Pirandello. Si fanno frequenti i temi mitologici e i nudi classici e quando nel 1935 partecipò con molti suoi lavori alla Quadriennale di Roma, Bagnanti sopra una spiaggia (1935) attirò l'attenzione del Duce. Il tema ormai frequente del mistero è applicato, nelle dieci litografie del testo di Cocteau, Mythologie, al mare, al fiume, alle cabine con esseri mitologici o borghesi. Nel 1935 salpò da Genova New York dove «mi sembrava di essere morto e rinato in un altro pianeta» e alternò la ricerca sperimentale con lo stile neoclassico del 1930. Qui ricevette la notizia della morte della madre; tornato in Italia, espose a Roma, a Milano, a Genova.
Il periodo della guerra 1940-45, lo trascorse tra Firenze e i dintorni
di Roma, non tralasciando di dipingere quadri
di soggetto realista: Le
due cognate (1940); L'estate
(1940); soprattutto le venti litografie dell'Apocalisse
(1941) e iniziando il ciclo dei quadri «barocchi». Del
1942 è il
famoso Autoritratto
nudo seduto,
dipinto con l'olio emplastico, «che è forse la pittura più completa
che io abbia eseguito finora». Nello stesso anno si pubblicò la
prima edizione italiana di Ebdomero,
mentre era già uscito l'altro racconto autobiografico Il
Signor Dudron (1940) poi tradotto
in Francia
nel 1945. «Ma
venne il 4 giugno 1944. Gli ultimi ectoplasmi dagli occhi glauchi e
murati erano spariti..... Si poté
uscire e
vivere come uomini»
e insieme a una intensa attività letteraria: Ricordi
di Roma (1945); Memorie della
mia vita (1945; 1962 per Rizzoli con
l'aggiunta della seconda parte a un trattatello di tecnica della
pittura); studiò con rinnovato interesse la tecnica, tanto che i quadri
di questo periodo recano sempre sul telaio o
dietro la
tela l'appunto
sulla tecnica impiegata. Fra il 1943 e il 1952 si intensificò il
rapporto con la scena e dipinse fondali per
la Scala
di Milano,
il Maggio Musicale
Fiorentino, l'Opera di Roma. Dagli
anni Cinquanta, stabilitosi definitivamente a Roma, iniziarono le cause
per i
falsi, mentre si accentuava da parte dell'artista la polemica
verso l'arte moderna, già sottolineata nella raccolta di scritti Commedia
dell'arte moderna (1943).Dopo il periodo «barocco» dai numerosi
autoritratti e ritratti,
cavalli e soggetti sacri, scene mitologiche, De Chirico visse un nuovo
periodo neometafisico: La
solitudine di Oreste
(1968); Oreste e Pilade
(1969); Ritorno al castello
avito (1970) che si concluse con la mostra a Palazzo Reale a
Milano nel 1970. De Chirico
si spense il 20 novembre 1978 a Roma. I suoi ultimi quadri, in
particolare Fin de siècle
(1972), contengono nuovi enigmi e presentimenti. |
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