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CENNI
DI PEPO DETTO CIMABUE
(Firenze?, 1240/50 ca - Pisa?, 1302) |
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Risale verosimilmente al periodo del viaggio romano (1270-75) l'elaborazione di uno stile originale sorto come reazione alla «maniera greca» bizantineggiante assai diffusa in quel periodo a Firenze e in numerose città italiane. Lo stile di Costantinopoli si era diffuso in Italia con l'afflusso degli artisti orientali che emigravano a causa dell'affermazione degli iconoclasti. Alla fine del XIII secolo la fonte ispiratrice della loro arte, i cui modelli erano stati tramandati di generazione in generazione senza che vi si apportassero sostanziali innovazioni, appariva ormai inaridita. Il giovane Cimabue compie il suo apprendistato di pittore e mosaicista in questo ambiente. L'aneddoto del piccolo Cenni che si allontana dalla scuola per ammirare i Greci venuti a restaurare le decorazioni della cattedrale fiorentina testimonia assai bene, pur nei toni leggendari del racconto vasariano, l'atmosfera culturale della Firenze di quegli anni. Cimabue prende così a prestito dalla tradizione bizantina i diversi modelli iconografici: i grandi crocifissi, le ieratiche immagini della Vergine e i «dossali» d'altare. I crocifissi sono le opere più antiche; in quello conservato al museo dell'Opera di Santa Croce a Firenze, gravemente danneggiato dall'inondazione del 1966, la disposizione a «S» della grande figura dolorosa del Cristo sembra staccarsi dalla croce le cui estremità hanno la forma di piccole icone raffiguranti la Vergine e San Giovanni; l'impassibile solennità dei modelli orientali sembra ripiegarsi su se stessa assumendo, come il volto dell'evangelista, un atteggiamento pensoso. L'originalità di questa visione iconografica può forse essere messa in relazione col soggiorno romano dell'artista; in molti centri italiani infatti (la Siena di Duccio, la Pisa dei nuovi scultori, la Roma di Pietro Cavallini, attivo tra il 1270 e il 1330) fervevano intense ricerche artistiche.
Ad
Assisi, dove vari importanti pittori partecipano alla decorazione della
basilica di San Francesco, Cimabue entra in contatto diretto con
l'architettura (si
tratta infatti
di dipingere a fresco) inserendo in essa le immagini a lui più
congeniali: un disegno più
morbido determina
forme più
ampie ed espressive
non senza una certa influenza dei ritmi gotici.
Ragazzo
prodigio nel racconto di Vasari «...
crescendo, per esser giudicato dal padre e da altri
di bello
e acuto ingegno, fu mandato, acciò si esercitasse nelle lettere,
in S. Maria Novella a un maestro suo parente, che allora insegnava
grammatica a' novizi di quel convento; ma Cimabue in cambio d'attendere
alle lettere, consumava tutto il giorno, come quello che a ciò si
sentiva tirato dalla natura, in dipingere, in su' libri et altri fogli,
uomini, cavalli, casamenti et
altre diverse
fantasie; alla quale inclinazione di natura fu favorevole la
fortuna; perché essendo chiamati in Firenze, da chi allora governava la
città, alcuni pittori di
Grecia, non per altro, che per rimettere in Firenze la pittura più
tosto perduta che smarrita,
cominciarono, fra l'altre
opere tolte a far nella città, la cappella de' Gondi, di cui oggi le
volte e le facciate sono poco meno che consumate dal
tempo, come
si può vedere in S. Maria Novella allato alla principale
cappella, dove ell'é posta. Onde
Cimabue, cominciato a
dar principio a
questa arte
che gli piaceva,
fuggendosi spesso dalla scuola, stava tutto il giorno a vedere lavorare
que' maestri; di maniera che, giudicato dal padre e da quei pittori in
modo atto alla pittura, che si poteva da lui
sperare, attendendo a quella professione, onorata riuscita; con
non sua piccola soddisfazione fu da detto suo padre acconciò con esso
loro; là dove di continuo esercitandosi, l'aiutò in poco tempo
talmente la natura, che passò di gran lunga, sì nel disegno come nel
colorire, la maniera de'
maestri che gli insegnavano». Giorgio Vasari. |
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