| biografie - Biography |
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CARRA' CARLO (Quargnento, Alessandria, 1881 - Milano, 1966) |
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Un tempo benestante terriero, poi decaduto, il padre era stato costretto ad aprire una calzoleria senza raggiungere un certo benessere. Già nella sua prima fanciullezza si manifesta in Carrà la vocazione della pittura: durante un periodo di grave malattia trascorso a letto, «per distrarmi cominciai a disegnare» e da lì nacque quella passione per l'arte che lo accompagnerà per tutta la vita. Passione che, all'inizio, lo portava in qualsiasi luogo a vedere monumenti d'arte che poi riproduceva; oppure a «scarabocchiare» pareti, muri, con ogni tipo di materiale, così da costringere il padre a intonacare apposta per lui le pareti del solaio, purché risparmiasse il resto dell'abitazione. Ma la vita attende il piccolo Carlo con le sue prove: a nove anni, penultimo di sette fratelli, perde la madre, e a dodici lascia la famiglia per procurarsi un lavoro, quello che può considerarsi il tirocinio della sua attività futura. Infatti fu collocato presso alcuni decoratori che lavoravano in una villa a Valenza e poi nel 1895 a Milano presso la ditta di Angelo Comolli. Nel frattempo frequentava le scuole serali di disegno, prima a Valenza poi di Brera a Milano, trascorrendo le domeniche alla pinacoteca di Brera, al museo Poldi Pezzoli, alla galleria d'Arte Moderna del Castello Sforzesco e visitando le esposizioni allestite alla Permanente. Segantini e Previati, ma soprattutto il primo, furono gli artisti che lo impressionarono maggiormente. In occasione dell'Esposizione universale del 1900 si recò a Parigi, dove eseguì lavori di decorazione per alcuni padiglioni della grande mostra. Sono di questo periodo le sue prime conoscenze letterarie: Baudelaire, De Musset, Rostand, Racine; ma soprattutto pittoriche. Infatti al Louvre lo entusiasmarono Delacroix, Gèricault, Manet; al Petit-Palais i dipinti di Bourbet; al Luxembourg fu trascinato dal suo «entusiasmo giovanile», provando intensa emozione davanti ai quadri di Renoir, Cézanne, Pissarro, Sisley, Monet, Gauguin. Nell'estate di quello stesso anno conobbe a Londra le pitture di Constable e Turner che lo attrassero, mentre non capì la fama di cui erano circondati i preraffaelliti, privi, secondo lui, di sensibilità pittorica, di naturalezza e di spontaneità. Gli incontri con il gruppo
anarchico e socialista e le letture impegnate, quali Platone, Tommaso
Moro, Campanella, i socialisti utopisti e Bakunin
lo arricchirono di nuove e varie esperienze. Nel
1906, grazie a due premi artistici e a un piccolo sussidio di uno zio paterno,
si iscrisse finalmente all'Accademia di Brera, divenendo allievo di
Cesare Tallone e seguendovi i corsi fino al 1909. Ne rimase deluso non
trovandovi né «il contatto
complesso che ogni istituto deve avere con la cultura viva del proprio
tempo», né un vero insegnamento, se
non parziale
e inadeguato; preferiva quindi starsene a casa a leggere i grandi
poeti, fra i quali Poe e Leopardi. Seguirono
anni di incertezze, di lavori vari e di incontri, fra i quali è da
ricordare quello
con Filippo
Corridoni, con
il quale strinse una
cordiale amicizia.
Esperienza
futurista di Carrà
A
conclusione di questo periodo e alle soglie della prima autentica
esperienza artistica, è interessante annotare dalla sua
autobiografia il giudizio che Carrà dà dell'arte negli anni
della sua prima giovinezza: «Ovunque cattivo gusto e ignoranza
pretenziosa mescolata a una
sorta di mania per una pittura di intingoli e di mostarde»,
contrarie alla buona tradizione pittorica italiana. Ecco le premesse da
cui Carrà
e altri giovani desiderosi come lui di far rinascere l'arte a
Milano, partirono, incontrandosi e discutendo
tutte le
sere al
Caffè del Centro.
Finché nel febbraio del 1910 Carrà, Boccioni,
Russolo s'incontrarono con Marinetti e decisero «di lanciare un
Manifesto ai giovani
artisti italiani per invitarli a scuotersi dal letargo che soffocava
ogni più legittima aspirazione»,
che produsse poi «l'effetto
di una violenta scarica elettrica». È noto che Marinetti sul
quotidiano di Parigi Le Figaro del 20 febbraio 1909 aveva lanciato il
primo manifesto futurista all'insegna de «il coraggio, l'audacia e
la rivolta»; esaltando
la «velocità», la guerra e
il patriottismo; adottando una strategia d'attacco e provocazione
in cui
particolare importanza assumeva proprio il manifesto. La
collaborazione di Carrà al movimento durò
sei anni, dal
1910 al
1915: anni
intensi di
esperienze, di lavoro e di battaglia, in cui l'arte moderna in Italia
diventò un problema nazionale e non più solo
arroccata in
posizione antiaccademica. L'unico rimprovero Carrà lo rivolgerà
semmai a Marinetti, per aver
abusato del
metodo reclamistico proprio non
dell'arte ma dell'attività commerciale; necessario d'altra parte per
smuovere le acque ormai stagnanti in cui
era obbligato
il fenomeno
artistico. I
concetti ispiratori della pittura futurista possono essere appresi
soprattutto attraverso il Manifesto dei pittori
futuristi e La pittura futurista:
Manifesto tecnico; come pure dall'articolo pubblicato su Lacerba
del 15 marzo 1913, con cui
Carrà iniziò la sua collaborazione alla nuova rivista, nata
dalla fusione della Voce con i
futuristi; infine dal libro Guerrapittura
del 1915. Il
pittore partiva «dal concetto
dinamico assunto
quale elemento
fondamentale» e nel quadro non si limitava a dare il senso esteriore
del movimento, ma attraverso il
colore, prima
e ultima
emozione, eliminava la legge fissa di gravità dei corpi, che
rispondono «al centro di gravità speciale della costruzione del quadro».
Quindi nella sinfonia dei suoi ritmi il dipinto doveva diventare forza
trascinatrice più per quello che «lasciava intravedere» che per
quello che vi fosse plasmato. L'arte, insomma, non era per gli «imbecilli»
e gli analfabeti, ma neppure per i mediocri; fruibile
quindi da
pochi eletti. L'arte
italiana voleva diventare moderna, uscire dai limiti del provincialismo
e mettersi al passo dell'Europa che
in quegli
anni scopriva il cubismo in Francia, l'astrattismo in Germania.
Dopo il manifesto, seguirono le famose serate futuriste, chiassose,
bizzarre e talvolta violente, ma
inevitabili per
uscire dagli
schemi ormai
superati di una cultura borghese che soffocava soprattutto i giovani
vogliosi di novità. Le prime mostre futuriste organizzate nel
1912 a Parigi, Londra e
Berlino non solo raccolsero successo e ampi consensi anche fra gli
intellettuali più noti di allora, ma riportarono
nel giro internazionale della pittura nuova anche quella
italiana. Le opere più rappresentative del periodo futurista di Carrà
sono: La stazione di
Milano (1910-11),
I
funerali dell'anarchico
Galli (1910-11),
Luci notturne (1910-11), Donna
al balcone (1912), La
Galleria di Milano (1912),
Trascendenze plastiche (1912),
Manifestazione interventista
(1914). Fu
infine proprio Carrà a far entrare nel gruppo futurista l'architetto
Sant'Elia, compilatore
nel 1914 del Manifesto futurista per l'architettura. Mentre
un terzo viaggio a Parigi compiuto nel 1914 gli permise di incontrare e
stringere legami di amicizia con Apollinaire, Modigliani,
Picasso.
Esperienza
metafisica di Carrà
Alla
fine del 1915 Carrà lasciò
il futurismo,
dopo che
già era maturata in lui
una posizione culturale in senso moderno, evidente negli scritti Parlata
su Giotto e Paolo Uccello costruttore, pubblicati sulla nuova Voce
diretta da De Robertis. Lo fece con profondo dolore, non per motivi
personali ma solo per «divergenze
e incompatibilità di idee»,
spinto dal forte desiderio di «identificare
la mia cultura con la storia e specialmente con
la storia
dell'arte italiana». Nel
frattempo la guerra coinvolgeva Carrà, prima con una intensa attività
interventista, durante la quale conobbe anche
Cesare Battisti, e finalmente nel 1917 con la chiamata alle armi.
Partì soldato, ma l'esperienza fu dolorosa e negativa: dopo una
permanenza a Pieve di Cento, dovette
essere ricoverato
in un
nevrocomio fuori
Ferrara per le sue precarie condizioni di salute. Qui
ebbe però la possibilità di dipingere: Solitudine,
La camera incantata, Madre
e figlio, La musa
metafisica; parallelamente svolse un'attività letteraria di
collaborazione alle riviste di quel tempo, tutti lavori ormai improntati
ai concetti della metafisica.
A guerra finita la pittura metafisica fu «la ricerca di un più
giusto rapporto fra realtà e valori intellettuali»,
fra «staticità e movimento»,
nella convinzione che «l'immateriale
cerca adeguata forma, e la forma crea la superiore armonia che ritorna
all'immateriale». È una stagione breve, che accoglie poche opere: L'ovale
delle apparizioni, Natura
morta metafisica, La
figlia dell'ovest, Le
figlie di Loth. Dal
1919 iniziò per il pittore un periodo di calmo e tenace lavoro, grazie
anche al matrimonio con Ines Minoja e la collaborazione alla rivista
d'arte Valori plastici di Roma, che
proseguì fino
al1921; al Popolo d'Italia di Milano; dal 1922, in maniera
assidua e continuativa fino al 1938, a L'Ambrosiano di Milano, «palestra
delle mie molte battaglie in favore dell'arte moderna».
Trascendenza
Il
1922 segna una data importante: quella «di non accompagnarmi più ad
altri, di essere soltanto me stesso»; d'ora innanzi la pittura sarà
scarna, semplificata all'essenza, preannunciata già dal Pino
sul mare del 1921,
e improntata al ritorno alla natura considerata «come suscitatrice di
rapporti pittorici»:
il terzo
periodo della
sua esperienza, quello caratterizzato dalla trascendenza
plastica. «La pittura deve cogliere quel
rapporto che
comprende il
bisogno di immedesimazione
con le cose e il bisogno di astrazione» e la contemplazione del
paesaggio si risolve allora nella «costruzione»
di un quadro, sia montano sia marino. Ormai il pittore si sente
sereno, nel pieno delle sue possibilità
e dopo
tante sofferenze
anela al contatto
con la natura e il vero. Certo, la natura non è facile da dominare, ma
ormai egli si sente passato attraverso
tante esperienze che
è fiducioso di sé, come un viaggiatore che trova la gioia della meta
ormai prossima. Cinquale, Cavalli,
Estate, Ritorno dai campi, L'autoritratto
sono alcune delle numerose opere. 114 furono i
dipinti esposti alla pinacoteca di Brera in una mostra antologica
del 1942, segno di un'attività intensa, di duro lavoro, in cui tutte le
forze di Carrà furono sempre rivolte all'arte, unico scopo che lo
portava a superare
se stesso, alla ricerca di Dio e del significato della vita. Continuò
a dipingere fino a un mese prima della morte: Natura
morta con calice verde e
Natura morta con bottiglia e chicchera sono gli ultimi
quadri. |
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