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DONATO
DI PASCUCCIO D'ANTONIO DETTO IL BRAMANTE (Monte Asdruvoldo, presso Urbino, 1444 - Roma, 1514) |
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Come era avvenuta la sua
prima formazione? Ci si attiene
soltanto a ipotesi;
l'artista avrebbe preso parte alla trasformazione del Palazzo Ducale di
Urbino (a partire dal 1466) dove sarebbe stato influenzato dal dalmata
Luciano Laurana (1420 - 1479). Le
sue rare opere pittoriche a Milano (al Castello Sforzesco, in
casa Fontana e, soprattutto, in casa Panigarola, queste ultime ora
conservate alla
pinacoteca di Brera) mostrano un Bramante assai vicino alla maniera di
Melozzo da Forlì (1438-94); vi si riscontrano lo stesso vigore di
colori e la medesima grandezza monumentale dell'allievo di Piero
della Francesca. Bramante conosceva certamente il
trattato di
prospettiva pittorica di quest'ultimo, complemento del Della
pittura di Alberti. Sulla facciata della chiesa
di Abbiategrasso, la profonda nicchia, con i suoi due ordini
sovrapposti, ricorda infatti il tempio di Rimini; anche Santa Maria
presso San Satiro subisce l'influenza di Sant'Andrea di Mantova;
quest'opera lo occuperà per vent'anni e
verrà interrotta
soltanto dalla sua partenza da Milano. Qui l'artista ovvierà alla
mancanza di spazio creando una finta prospettiva;
ma non
ha ancora raggiunto la sobrietà che caratterizzerà il suo stile
romano, e la deliziosa sagrestia ottagonale appartiene allo stile
fiorito e delicato del milanese, dal quale trarrà ispirazione il
Rinascimento francese. A motivo della sua fama, viene chiamato come
consigliere per la fabbrica del duomo di Milano, e il duca gli affida
diversi lavori. Ricordiamo, per la fine
policromia dei mattoni
e del
marmo, Santa
Maria delle Grazie e il suo chiostro e, come esempio di sistemazione
di piazza, la Piazza Ducale a Vigevano. Il re di
Francia, frattanto, conquista il Milanese e, nel 1499, Bramante, come anche Leonardo
da Vinci, al quale è legato da profonda amicizia già da
diciassette anni, fugge l'invasore e si trasferisce a Roma; ha,
ora, cinquantacinque
anni. A contatto con le rovine romane, gli si rivela un nuovo ideale
artistico; l'eleganza raffinata del suo stile cede dunque il
posto a una sobrietà e a
un rigore che lo indurranno a realizzare opere di rara bellezza e
maestria. Il
chiostro di
Santa Maria
della Pace (1500-04)
è tra le sue prime opere di questo nuovo periodo, e attira su di lui
l'attenzione di molti; poi esegue
un'opera di
notevole rilievo, il Tempietto di San Pietro in Montorio
(1502), a pianta circolare come gli antichi tholos o i battisteri. Nel
1503, Giulio II succede a Pio
III. Il nuovo papa desidera riunire intorno a sé artisti capaci di
costruirgli opere colossali, e Bramante si dimostra all'altezza del
compito. Nella basilica di San Pietro, in
mezzo alle rovine
del vecchio edificio, il papa vuole che sia edificata la sua tomba.
Questo programma funerario basterebbe a
motivare l'adozione
di una planimetria
centrale, tanto cara al Bramante, ossessionato (come lo saranno altri
architetti) dalla visione del Pantheon.
Il progetto
comporterà una cupola, all'incrocio di quattro navate uguali che
termineranno con absidi; tra le nervature, piccole cupole e campanili.
Il complesso, equilibrato e leggero, ricorda un progetto eseguito
nel 1488 (con la partecipazione dello stesso Bramante) per la
cattedrale di Pavia, ove si risente
l'influenza bizantina
e ottomana.
Eppure l'essenza resta soprattutto romana: è quella stessa delle
grandi terme e della villa di Adriano a Tivoli. Michelangelo
riprenderà il tema del duomo, ma dopo di lui San Pietro tornerà a
essere concepita come basilica. Giulio II volle anche avere un suo
palazzo, e Bramante
gli presentò un progetto grandioso, realizzato solo
parzialmente. Vennero eretti tre piani di logge per la corte di
San Damaso, che sarebbero
state decorate da Raffaello;
poi il palazzo di Nicola V e di Sisto IV venne ricongiunto
alla villa
Belvedere, situata
su un'altura,
a trecento metri di distanza, tramite due gallerie che
racchiudevano un immenso cortile. Per dissimularne la posizione (era
posta “di sbieco”), la villa fu mascherata con una facciata scavata
da un'enorme nicchia ove, su un piedistallo, si ergeva la pigna che dà
il nome al cortile, nel quale era previsto lo svolgimento di tornei. Il
dislivello venne magistralmente corretto con una serie di scalinate,
accorgimento, questo, che verrà ripreso a villa d'Este. Tramontata
la moda dei tornei, le scalinate vennero sostituite da un
complesso trasversale che rende inintelligibile la composizione del
Bramante. Tutta Roma seguì l'esempio
del pontefice: i
vecchi palazzi
feudali cedettero il posto alle ville (alla romana), edificate
dal vecchio maestro o dai suoi discepoli. Si manifestava con urgenza la
necessità di pianificare la città e di assicurare al già
rinnovato Vaticano vie d'accesso più agevoli. Bramante sfondò interi
vecchi quartieri,
non esitando a demolire antiche vestigia, anche al fine di
recuperare il materiale di cui aveva bisogno. Per soddisfare le velleità
di Giulio II,
Bramante lavorò in tutte le direzioni, ma non poté portare a
compimento i suoi grandiosi progetti: si
spense nel 1514,
dopo un lavoro
incessante durato dieci anni. L’artista e la sua
epoca Il Bramante fu, come uomo e come artista, un genio caratteristico del Cinquecento, il secolo delle riforme, della rivalutazione dell'individualità contro lo strapotere centrale, della trasformazione di tanti valori sui quali è destinata a nascere l'Europa culturale moderna. La rivolta di Lutero costringe la Chiesa romana a rivedere le proprie posizioni sino a cercare di continuo l'impronta di Dio nel cuore di ogni uomo anziché praticare una religione che si accontenti semplicemente di verità rivelate valide per l'eterno. Anche l'arte diventa indagine, ricerca, confronto. L'artista non si accontenta più di dipingere o di scolpire gli elementi del creato ma si interroga sul suo modo d'essere nella vita e nella storia, quanto di concorrere al fine ultimo della salvezza spirituale. Un periodo definito “il più famoso dell'arte italiana e uno dei più splendidi d'ogni tempo”. L'epoca di Leonardo, ma anche di Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Correggio e Giorgione, mentre a Nord fioriscono Holbein e Dürer. Giorgio Vasari, che per primo postula che il Cinquecento sia il secolo classico per eccellenza identificando in Michelangelo il vertice dello spirito e della cultura, ci descrive la personalità del Bramante (molto allegra e si dilettò di giovare a prossimi suoi). Modesto nonostante i grandissimi meriti, schietto e generoso, amava la musica e la matematica, studiava e conosceva alla perfezione la Divina Commedia: trascorse l'inverno 1510-11 commentando il capolavoro dantesco con papa Giulio II. Bramante e Giulio II: due giganti che sapevano comprendersi. Il primo conosceva le regole antiche, le proporzioni e le misure delle colonne e dei cornicioni dorici, ionici, corinzi. Trascorreva il tempo a misurare le rovine antiche, a studiare i manoscritti dei classici, come Vitruvio, in cui erano illustrate le norme degli architetti greco-romani. La sua vera aspirazione era di progettare un edificio senza preoccuparsi dell'uso cui fosse destinato, soltanto per l'armoniosa bellezza delle proporzioni, per la spaziosità dell'interno e la grandiosità imponente dell'insieme, per la possibilità di innovare. Dal canto suo Giulio II già nel 1506 aveva deciso di abbattere la venerabile basilica di San Pietro che sorgeva nel luogo in cui, secondo la tradizione, era stato sepolto il primo papa. Intendeva riedificarla in modo da sfidare le consuetudini e le funzioni secolari dell'architettura ecclesiastica. Quasi una sfida in previsione della fama che avrebbe ottenuto con una costruzione capace di superare le sette meraviglie del mondo. Ossia, un'autentica meraviglia del cristianesimo. Da qui la scelta del Bramante, che aveva dimostrato di aver assimilato e riproposto con personalità inimitabile la lezione dell'architettura classica. Bramante disegnò una chiesa circolare con una serie di cappelle disposte intorno alla gigantesca sala centrale, che a sua volta doveva essere coronata da un'alta cupola sostenuta da archi colossali. Quindi contravvenendo alla millenaria tradizione dell'Occidente in base alla quale una chiesa di questo genere avrebbe dovuto avere forma rettangolare: i fedeli, guardando verso l'altare maggiore al momento della celebrazione della messa, si sarebbero allora trovati rivolti verso oriente. Ma è proprio la grandiosità dell'opera a rendere necessario tanto danaro da dover ricorrere alla vendita delle indulgenze in maniera così smaccata da suscitare la prima protesta pubblica di Lutero in Germania, anche se la ribellione avverrà soltanto nel 1520. Il progetto viene avversato quindi nella stessa Roma, negli ambienti più vicini al pontefice. Quando la
costruzione è già in fase piuttosto avanzata, l'idea di un edificio
circolare (più esattamente: una croce
greca inscritta in un quadrato) viene accantonata. Resta il fatto che il
Bramante aveva avuto l'ingegno e il coraggio di elaborare un piano
ardimentoso all'altezza dei compiti
e del
tempo: l'epoca in cui, alla scoperta dell'America, segue la
riscoperta dell'uomo quale centro di ogni interesse e iniziativa. L'uomo
eterno, Ulisse, che sfida i misteri dell'oceano sconosciuto e
carpisce alla natura i reconditi meccanismi
dell'armonia. Il Bramante,
la cui sapienza nel
costruire coincide con la visione pittorica di Raffaello, riuscì
comunque a condizionare il fulcro di San Pietro con i quattro piloni e
gli arconi di raccordo che
egli eresse
nell'ambito della
pianta centrale, passata alla storia come la concezione architettonica
più grandiosa e più originale dell'intero Rinascimento. Fu calunniato,
proprio come capita ai grandi, e collocato in posizione di rivalità nei
confronti di Michelangelo.
Invece fu suo precursore nel concepire
l'architettura come monumento e simbolo: un segno lasciato dagli uomini
del suo tempo alle generazioni future. |
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