| biografie - Biography |
| BEATO ANGELICO (Vicchio di Mugello, 1400 ca - Roma, 1455) |
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Artista
del primo Rinascimento, contemporaneo di Donatello, Fra Angelico (Fra
Giovanni da Fiesole, detto il Beato, al secolo Guidolino di Pietro)
compone le sue prime
opere conosciute
intorno all'epoca della morte di Masaccio. In questo periodo, la
pittura fiorentina sta attraversando un momento di smarrimento: nessuno stile si è infatti ancora ben definito e imposto. Nel 1436,
appare il trattato di L. B. Alberti, Della pittura, che rappresenta
un elogio
dell'ispirazione pittorica, fertile nei particolari, che si contrappone
all'arte monumentale di Masaccio. Il grande rappresentante di questo
nuovo gusto deve essere considerato appunto Beato
Angelico; la sua formazione di miniaturista lo orienta subito
verso quella maniera soave e cortese caratteristica dello stile gotico
internazionale. I suoi inizi sono oscuri; comincia a dipingere piuttosto
tardi; la sua figura ci è stata tramandata circonfusa da
un alone di mistica leggenda che Vasari non ha certo contribuito
a dissipare. Domenicano al convento di Fiesole,
di cui
è priore nel
periodo compreso tra il 1449 e il 1452, era stato interpellato da papa
Nicola V per una nomina all'arcivescovado di Firenze. A ogni modo, Beato
Angelico deve essere ricondotto a quell'ambiente
intellettuale cui, intorno alla metà del Quattrocento, facevano
capo i differenti nuclei di ricerca fiorentini. Monaco
domenicano, tomista,
il suo programma pittorico
risente di taluni aspetti propagandistici: suo intento è infatti quello
di riuscire a conciliare tra loro umanesimo e religione, che gli
attacchi degli
Osservanti, agli
esordi del
XV secolo, tendevano a separare; e di mettere a profitto
dell'arte antica i risultati delle nuove ricerche, al fine di elaborare
un umanesimo cristiano, il cui realismo potesse assurgere a dimensioni
poetiche. Lo scarso seguito, presso i Fiorentini, dei rappresentanti
della grande linea
innovatrice (Donatello e Masaccio), consente all'«elegante classicismo
medievale» di aprirsi la
strada attraverso
personalità come la sua o quella di Ghiberti. I due hanno in
comune un medesimo gusto per i rapporti armoniosi che si stabiliscono
tra gli esseri e lo spazio, tra le forme avvolte e le forme avvolgenti. Per
loro, la prospettiva si rivela in modo
empirico, non
è mai un elemento
stabilito a priori. In Incoronazione
di Maria (1434-35 ca, Louvre), la composizione si svolge su un piano
verticale e conserva il gusto per i particolari pittorici e il riverbero
dei colori
dello spirito gotico; la rappresentazione dei paesaggi
paradisiaci nella tavola è invece il
frutto dell'influenza
esercitata dall'arte
dei miniaturisti. Questa tradizione pittorica che, passando
attraverso Gentile
da Fabriano (1370 c.ca-1427) e Lorenzo Monaco (1370
ca - dopo il 1422), riconduce Simone
Martini a Beato Angelico, ricerca nella creazione di un universo di
leggenda un mezzo
onirico in
grado di eludere le
grandi questioni teologiche che hanno scosso il Medioevo. Il
grande merito di Beato Angelico è stato quello di non essersi costretto
nei limiti della suddetta
tradizione, e
di aver
saputo adattare la propria arte alle nuove scoperte; merito tanto
più grande, in quanto non si tratta di una semplice evoluzione, bensì
di un cambiamento radicale che chiama in causa non
soltanto la
produzione artistica di un'epoca, ma anche i fondamenti stessi
della mentalità nuova, che faceva la sua
comparsa all'alba dei
tempi moderni.
La conversione allo spirito umanista implica la convinzione che
la verità, che fino ad allora era
«rivelata», sia ora costruita dall'uomo con le sole proprie
forze. Il
contrasto è illustrato nella Crocifissione
del convento di San Marco (1440); Cristo si trova circondato da due
gruppi, quello delle pie donne e quello dei dottori: si può arrivare a
Dio percorrendo due vie, quella del cuore
e quella della
scienza. L'origine diretta di questo nuovo orientamento è riscontrabile
negli affreschi di Masaccio, a Santa Maria
del Carmine di Firenze (1425). Nel
convento di San Marco, ricostruito da Michelozzo tra il 1436 e il 1452,
il susseguirsi degli affreschi (eseguiti
intorno al
1437-45) illustra, di cella in cella, episodi della vita di Gesù
Cristo; lo stile spoglio e il carattere
austero discendono
in linea
diretta dall'arte di Giotto;
mentre i corpi si impongono ora secondo un modello che rievoca
alla mente
certa scultura
francese del
XIII secolo. Le
ultime opere realizzate a San Marco precisano il senso nuovo che Beato
Angelico conferiva ormai alla propria
arte; in
una figura come quella del Cristo
oltraggiato,
quel gusto un po' limitato per i particolari, come per esempio le
piccole pieghe strette degli indumenti, cede a uno stile più ampio: le
grandi pieghe del vestito di Cristo si distendono generosamente verso
terra. Quando, nel 1447, è
chiamato a Orvieto per eseguirvi, sulle volte della cattedrale, una
scena del giudizio universale, è ormai un artista nel
pieno possesso dei
propri mezzi; la figura di Cristo è caratteristica di questa ultima
tappa della sua carriera di pittore, segnata da due soggiorni a Roma.
Durante il secondo, che fu di breve durata, lo colse la morte. È
stato dunque molto probabilmente nel corso del primo
(1447-49 c.ca), che
Beato Angelico compose in Vaticano due gruppi di affreschi, uno solo dei
quali, quello dell'oratorio di Nicola V, è pervenuto
fino a noi: sui muri
sono raffigurate scene della vita di Santo Stefano e di San Lorenzo; la
volta è
invece riservata
agli evangelisti
e le colonnine
d'angolo ai dottori della Chiesa. La vita dei santi si svolge in un
quadro di architettura arcaicizzante, le
prospettive si
aprono su paesaggi descritti fedelmente, mentre l'ombra proiettata dai
personaggi li integra definitivamente nello spazio. L'ispirazione di
questa arte non è più
Giotto,
bensì il
suo grande contemporaneo
romano, Pietro Cavallini (1250 c.ca - 1340 ca). Tutte
queste ricerche pittoriche, oltre alla sua curiosità naturale nei
riguardi delle realizzazioni più recenti nel campo dell'arte, e al suo
stesso fondamento dottrinale, che si avverte nelle sue opere,
ben lo collocano nell'ambiente intellettuale fiorentino del
Quattrocento, nell'ambito del quale si riscoprono Platone e i filosofi
dell'Antichità e la prospettiva dà luogo a costruzioni dello spirito
che, in nome della realtà matematica, potrebbero correre il rischio di
perdere di vista il senso dell'umano più semplice e
più diretto.
In quest'ultimo senso, tuttavia, Beato Angelico si allontana dai
suoi contemporanei componendo tra loro gusto gotico
e sensibilità nuova,
poesia e realismo, insomma due epoche e due stili, per elaborare una
«summa», trovare un punto
di fusione
a partire
dal quale
sarà possibile il sorgere e lo svilupparsi dell'età d'oro del
secondo Rinascimento. |
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