L'appellativo "revisionista", che ha marchiato
Renzo De Felice e i suoi allievi, ha un'origine lontana, imprevedibile e per
nulla accademica: era l'insulto che Lenin aveva riservato a Edward Bernstein,
socialdemocratico tedesco di fine '800 reo di voler "correggere" la dottrina
marxista alla luce delle ultime tendenze del capitalismo, contrapponendo la via
riformista alla rivoluzione bolscevica. Oggi, nel linguaggio comune,
revisionisti sono tutti coloro i quali da cattedre universitarie o spazi
culturali dei media intendono smontare pezzo per pezzo i "miti" della
storiografia tradizionale, dagli eroi risorgimentali alla Resistenza di popolo
passando, naturalmente, per la dittatura mussoliniana. E' ragionevole supporre
che la finalità di De Felice non sia stata la nascita di una battaglia culturale
di tali dimensioni, bensì una ricerca storica sostenuta da metodi scientifici e
priva di giudizi di valore. A prescindere dalle proprie inclinazioni culturali,
a cinque anni dalla scomparsa di Renzo De Felice le ipotesi della storiografia
"revisionista" sono un confronto irrinunciabile per ricercatori, studenti e
appassionati di storia.
Il riferimento professionale dello storico in questione è stato Marc Bloch,
esponente della scuola francese delle "Annales" fucilato nel 1944 dai nazisti.
Nel volume "Apologia della storia (o mestiere di storico)" lo studioso
d'oltralpe indicava alcuni canoni irrinunciabili per chi voglia indagare il
passato senza incorrere in errori che comprometterebbero l'autenticità dei
risultati raggiunti. E' fondamentale, secondo Bloch, il ricorso a documentazioni
disperse e variegate che consentano una visione più ampia rispetto a quella data
dalla storia politica; altrettanta attenzione viene data all'atteggiamento
depoliticizzato e deideologizzato che deve animare lo storico di professione, il
cui fine è comprendere il passato, non giudicarlo. Come vedremo, De Felice ha
fatto proprie le indicazioni di Bloch.
L'indagine di De Felice si concentrò sulle vicende del ventennio fascista: la
personalità di Mussolini, lo stato fascista, il movimento fascista e i ceti che
ad esso diedero vita nel 1° dopoguerra, il consenso al regime, l'ideologia
fascista e le sue differenze dal nazismo. Il primo punto di scontro fu la genesi
del fascismo. Gli storici liberali considerarono il fascismo una "parentesi"
della storia italiana, separata da ciò che avviene prima e dopo; l'avvento di
Mussolini fu solo frutto dell'incapacità delle classi dirigenti liberali di
rispondere alle istanze di partecipazione delle classi medie e popolari. La
storiografia marxista interpretò il fascismo come fenomeno di classe, una forma
di dominio delle forze capitaliste che, nate nell'ambito del movimento
comunista, finì per divenire egemone; anche la Terza Internazionale vide nel
fascismo uno strumento al servizio del grande capitale. Coloro che diedero vita
al fascismo provennero dunque da ceti medi in crisi di rappresentanza presso le
istituzioni politiche, preoccupati dall'incombente pericolo rosso. La novità
dell'interpretazione defeliciana fu l'attribuzione della nascita del fascismo a
ceti medi emergenti, di recente promozione sociale: De Felice aveva consultato
gli archivi anagrafici scoprendo che i quadri del regime provenivano da famiglie
che nelle generazioni precedenti erano occupate negli impieghi più umili. Il
regime, quindi, era nato sullo stimolo di questo strato sociale. Le tesi di De
Felice si presentarono come innovative anche riguardo alla questione del
consenso di cui aveva goduto il regime. De Felice descrisse un regime
dittatoriale che aveva mostrato aspetti modernizzatori nell'economia e nella
società, nonché la presenza di "senso delle Stato" e di doveri civili. Mentre la
storiografia tradizionale affermò che il fascismo era stato privo di un reale
consenso e aveva fondato il suo potere su strumenti coercitivi e polizieschi, De
Felice, in conformità a risorse d'archivio inutilizzate giunse a concludere che
il fascismo avesse vantato una vasta adesione popolare per tutti gli anni'30
fino addirittura all'inizio del'43, quando il conflitto mondiale condannò ormai
l'Italia alla sconfitta. In anni recenti Nicola Tranfaglia, storico di sinistra,
pur ammettendo di aver rivalutato il fattore del consenso grazie alla ricerca di
De Felice, preferisce tuttavia definirlo "appoggio di massa" o "rassegnazione
popolare", giacché senza la tessera di partito non era possibile condurre una
vita lavorativa regolare e il regime faceva ampio ricorso all'"ammonizione" o al
"confino" per impedire ogni tentativo di ribellione allo status quo.
L'approfondita analisi defeliciana si rivolse poi alla comparazione delle
esperienze fasciste dell'Europa degli anni'30; è forse l'ambito le cui
conclusioni sono più discusse e controverse, poiché si prestano più di altre a
giudizi di valore e strumentalizzazioni. De Felice identificò una serie di nette
differenze tra nazismo e fascismo: da un punto di vista ideologico, egli
sostenne che compito del regime di Mussolini fu trasformare la società e
l'individuo in una direzione mai sperimentata e realizzata; il
nazionalsocialismo si poggiò invece, a suo parere, sui valori più tradizionali e
antichi della società tedesca. Il fascismo sarebbe stato il frutto di
un'ideologia rivoluzionaria, mentre caratteri conservatori e reazionari
sarebbero spettati solo al nazismo. La storiografia tradizionale considerava le
affinità ideologiche tra nazismo e fascismo la causa dello scoppio della guerra
mondiale; Nicola Tranfaglia ritiene che l'esperienza del ventennio debba essere
catalogata come totalitarismo imperfetto, a causa di ostacoli incontrati da
Mussolini: l'esercito, la monarchia, la Chiesa. Però lo stesso Tranfaglia
afferma anche che il Duce aveva preparato da tempo l'entrata in guerra e che
tale esito faceva parte della natura stessa del regime, che aveva manipolato le
coscienze attraverso la comunicazione e la repressione. De Felice, partendo
proprio dalla sconfessione dell'equazione tra Italia e Germania, arrivò ad
ipotizzare una contrarietà di Mussolini all'entrata in guerra e più in generale
ad una politica estera aggressiva.
Totalmente divaricate e inconciliabili le posizioni delle correnti
storiografiche anche riguardo al periodo successivo all'armistizio con le forze
alleate. Renzo De Felice definì l'8 settembre 1943 la morte della patria: la
quasi totalità del popolo italiano rimase in balia degli eventi e le esperienze
della Resistenza e della Repubblica di Salò furono vissute da due minoranze. De
Felice, tra l'altro, dissentì dal giudizio negativo che gran parte degli storici
avevano attribuito ai repubblichini. Giorgio Bocca, giornalista e combattente
della resistenza, invitò De Felice a valutare le testimonianze di chi aveva
partecipato alla resistenza.
Le tesi di De Felice fecero la loro comparsa all'inizio degli anni'70, in un
contesto culturale che sulla spinta di eventi nazionali e mondiali tendeva a
re-ideologizzarsi: molti storici considerarono impossibile operare una
ricostruzione storica del fascismo senza fare una condanna politica e morale.
Da sinistra, tuttora, il fascismo (come paradigma di potere assoluto e
repressivo) è considerato un pericolo onnipresente nella storia; se ciò può
discordare, in talune occasioni, col diritto di ogni studioso alla revisione,
nascente dall'acquisizione di nuovi paradigmi teorici e nuove informazioni, è
innegabile che la nostra costituzione repubblicana ha le sue radici proprio
nell'antifascismo, cioè negli ideali (non condivisi da tutti) di libertà e
democrazia che animarono i partigiani. I neorevisionisti ribattono che un valore
altrettanto importante di ogni democrazia debba essere l'anticomunismo,
posizione inconciliabile con una non esigua parte dell'ambiente culturale di
sinistra. L'impressione è che da qualche tempo la posta in gioco del dibattito
tra storiografia tradizionale e revisionismo non sia più l'accertamento dei
fatti ma l'egemonia culturale del paese.
Testo a cura de: Il paradiso dello studente