Il Leopardi fu essenzialmente un lirico, vale a
dire un uomo incline a esplorare se stesso e a effondere la sua storia
interiore, i "dolci e cari moti del cuor", più che a inventare e a far parlare
personaggi diversi da sé. Egli, anzi, fu tra i rappresentanti maggiori di quella
fiorita di lirici che, nei primi decenni dell'800, in tutta Europa portarono
agli estremi il processo, già iniziatosi nel Settecento, di interiorizzazione
dell'arte, nel senso che questa non fu fatta consistere più, com'era stato per
secoli, nell'adeguamento del sentimento individuale a moduli di sensibilità, di
comportamento e di espressioni ritenuti socialmente validi e perciò prescritti
universalmente, ma fu vista, invece, come un libero sfogo degli affetti nella
loro irripetibile individualità, e da esprimersi perciò in modi del tutto
individuali.
In Leopardi troviamo la storia di uno spirito che, partendo dalla riflessione su
temi individuali riesce ad innalzarsi e a comprendere in sé un intero universo.
Un universo che viene comunque visto alla luce di esperienze individuali, che è
la risultante di una filosofia che non è propriamente filosofia, di una
particolare visione della vita in cui l'uomo non riesce mai a portare
all'esterno un solo aspetto di se stesso, ma è poeta mentre fa il pensatore ed è
filologo mentre è poeta ed è tenacemente credente proprio nel momento in cui
dichiara nulla ogni fede. È questione di grande sensibilità riuscire a decifrare
la personalità del Leopardi e dire personalità equivale a dire poetica e quindi
i motivi della sua poesia, ciò perché ciascuno di noi è portato a metterne in
rilievo alcuni e a trascurarne altri.
La grande poesia leopardiana è tutta contenuta negli "idilli" della prima
giovinezza, nei canti della maturità che la posterità chiamò "grandi idilli"
perché trattavano e completavano i motivi dei primi idilli e considerando solo
alcuni tratti nella Ginestra e nell'ultimo canto Il tramonto della luna.
I motivi fondamentali della grande poesia leopardiana sono tre: la nostalgia e
il rimpianto della giovinezza perduta; il senso dell'infinito; l'invocazione
dolorosa e pur rassegnata a tutte le cose perché spieghino la ragione, il fine
di questo infinito e vano dramma di dolore che è la vita. La giovinezza è per il
Leopardi "l'ora felice dell'esistenza nella quale le care e fervide illusioni ci
tengono lontani dall'orrida realtà delle cose, e noi percorriamo, viandanti
obliosi e fidenti, la vita con l'anima piena di arcane aspettazioni". A questo
bene perduto per sempre si rivolge la poesia del Leopardi con un accento di
tenerezza struggente e insieme di dolente rassegnazione. La poesia del Leopardi
non è imprecazione o grido di angoscia o di vendetta, ma una elegia soavissima
sollevata ad una straordinaria purezza musicale e sentimentale. La quiete dopo
la tempesta, Il sabato del villaggio, La sera del dì di festa, Le ricordanze, Il
passero solitario, A Silvia sono i capolavori di questo momento della
ispirazione leopardiana, specialmente gli ultimi tre, canti nei quali la elegia
autobiografica si solleva ad una purezza ineguagliabile.
Accanto al motivo della giovinezza e della pienezza di vita perdute, il motivo
dell'infinito: meno siamo tuffati nel fiume del vivere, più avvertiamo la
distesa paurosa dell'infinito, e non l'infinito che ci empie l'anima di arcana
religiosità, ma l'infinito come orrida distesa di spazi interminati, come
immensa solitudine e mistero. Il Leopardi avvertì profondamente il battito
sconfinato e misterioso dell'infinito, ma sembrò trarne un soavissimo conforto:
al cospetto di esso, l'anima del poeta si immedesima col battito vuoto e
meccanico del tutto, perde il senso di sé, si fa cosa fra le cose, e si acqueta
in un placamento in cui sembra ucciso ogni residuo di tristezza, o vibra remoto,
come smarrito del tutto. Questo motivo si realizza nell'Infinito e in alcuni
tratti di altri canti, particolarmente della Vita solitaria.
Talvolta infine, il poeta si volge alle cose e invoca una spiegazione
dell'essere. Ma egli reca nell'interrogazione la coscienza che essa è vana: come
egli ha la coscienza dell'impossibilità di un ristorarsi prodigioso del dono e
dell'incanto della giovinezza, così egli sa che nessuno risponderà al suo
interrogativo. Ma anche qui agisce la meravigliosa misuratezza della poesia
leopardiana: egli non impreca e non maledice, ma si effonde in una tristezza
desolata ed abbandonata. Non c'è ribellione contro le cose, né supina
accettazione di esse: è come la rassegnazione in cui vibra purificato tutto il
nostro dolore, quando è uscito dal suo immediato bruciore e noi lo collochiamo
nel ritmo dell'infinito. Perciò quell'interrogare è un modo di piangere le cose:
un piangere sommesso e cheto, un puro piangere, di qua da ogni ribellione.
Questo motivo lo possiamo cogliere nel Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia, in cui viene portato all'esasperazione il dolore del poeta, e al
visione della vita.
Il pessimismo, quell'atteggiamento spi-rituale che col Leopardi nel tempo è
divenuto sinonimo di rifiuto della vita, credo debba essere riguardato con
occhio diverso. Pessimismo in Leopardi è accettazione eroica della vita, non è
rifiuto di essa, ma altissimo sentimento morale che riesce a santificare tutta
un'esistenza. Una visione della vita così desolante, così terribilmente tragica,
un'esistenza così solitaria, così al di fuori di ogni schema ortodosso di vita
comune, avrebbero generato un pazzoide, al massimo un genialissimo filosofo ma
mai avrebbero generato una poesia così limpida, così pura, così universale;
poesia che, pur nelle spietate analisi razionalistiche ed illuministiche,
possiede il fascino delle immortali creazioni quando si fa voce pura del
sentimento; e poesia di contraddizioni magnanime, come tutti i critici, a
cominciare dal De Sanctis, ebbero a scrivere perché proprio dal grido di dolore
disperato e privo di vita si eleva un incitamento ai valori più cari
dell'esistenza e dell'umano operare.
Una lirica quella del Leopardi che celebra le bellezze incomparabili della
natura, i giorni lieti della irripetibile giovinezza, il palpito segreto del
cuore per cui essa è soprattutto il canto sublime di un uomo che volle essere
anche un ragionatore mentre era essenzialmente un poeta.
A mio avviso è un vero miracolo l'esistenza della poesia del Leopardi, un
miracolo che riesco a spiegarmi soltanto supponendo nel poeta un'energia morale
incredibile, al di fuori di ogni norma. Si dice comunemente che la poesia del
Leopardi è la contraddizione più evidente del suo pessimismo, secondo me la
poesia del Leopardi è l'unico elemento che ci permette di capire chi fosse
veramente l'uomo. Un uomo nel quale l'assiduità allo studio, la grandissima
perizia tecnica non soffocano l'ispirazione, ma la affinano, le si mettono a
completa disposizione piegandosi ad ogni sua esigenza; un uomo nel quale il
mondo interiore, tutto il sistema di pensiero non vive distaccato dalla
sensibilità, ma ne riceve anzi la sua ragione d'essere: avevo detto a proposito
del suo pensiero: "una filosofia che non è filosofia" ebbene con ciò volevo
intendere che essa non è mai qualcosa di astratto, ma va continuamente
formandosi in un assiduo contatto con la vita.
Testo a cura de: Il paradiso dello studente