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Con
Tiziano e
Tintoretto,
Veronese è una delle tre principali figure della scuola veneziana del
Cinquecento. Originario di
Verona, importante
centro dell'arte romanica, romana, gotica e rinascimentale, si
forma in seno alla scuola locale, una scuola eclettica, in cui il gusto
del colore si
incontrava con l'influenza di
Raffaello,
Michelangelo,
Correggio
e del manierismo.
Se ne percepisce una eco nel primo dipinto
importante di Veronese, Madonna in trono fra santi e donatori ,
del 1548, che fa parte della Pala Bevilacqua-Lazise (Museo di
Castelvecchio, Verona). Un ambiente, malgrado tutto provinciale, non
poteva tuttavia soddisfare le aspettative del pittore che, infatti, si
reca a Venezia, dove si fa conoscere a partire dal 1553 lavorando, nel
Palazzo Ducale, alla decorazione dei soffitti a scomparti del Consiglio
dei Dieci. Le sei tavole di sua mano, con soggetti mitologici o
allegorici (quattro sono
sul posto, due sono oggi al museo del Louvre di Parigi), rivelano ancora
dei prestiti da Michelangelo e dai manieristi.
Nel 1556-57, Veronese
collaborò a un'altra grande impresa
veneziana, il
soffitto principale della Libreria Vecchia di San Marco; egli vi
partecipa con tre tele (l'Onore; Aritmetica e geometria;
la Musica),
notevoli per la loro composizione adattata a un formato
circolare, per l'audacia degli scorci e la
raffinatezza di
un colore
ispirato a Tiziano.
Nel 1555, il pittore veronese aveva cominciato a San Sebastiano, la
chiesa dei Gerosolimitani di
Venezia, una
serie di lavori che
dovevano tenerlo impegnato per quindici anni e che gli avrebbero
permesso di affermare la propria personalità.
Dipinte nel 1556, le
tre grandi tele del soffitto della navata, i cui soggetti sono tratti
dalla storia di Ester, fanno già presagire
la maturità
artistica per la naturalezza della realizzazione prospettica concepita
per una visione obliqua, e per il vigore e la luminosità del colore.
La
Cena in Emmaus (museo del
Louvre, Parigi) del 1560 circa, inaugura un tipo di composizione a
sviluppo orizzontale con una grande ricchezza di figure, e include
ritratti e scene di genere. È un preludio alle immense tele dipinte per
alcuni refettori
di comunità che
rappresentano fastosi banchetti inquadrati da architetture ispirate a
Sansovino e Palladio: innanzitutto
la Cena
in casa
di Simone dei Santi Nazario e Celso di Verona (Galleria Sabauda,
Torino); nel 1562-63, le Nozze di
Cana in San Giorgio Maggiore a Venezia (museo del Louvre, Parigi),
la cui ampiezza e ricchezza di dettagli sono eccezionali. In una
composizione più articolata troviamo, nel 1572, il Convito di San
Gregorio nel santuario di Monte Berico
nei pressi di
Vicenza, poi la Cena in casa di
Simone , dipinto per il refettorio dei Serviti a Venezia (museo del
Louvre, Parigi). Nel 1573, infine, la Cena
in casa di Levi per il refettorio
del convento
domenicano dei Santi
Giovanni e Paolo a Venezia (attualmente esposto alle Gallerie
dell'Accademia); a causa di profani presenti in
quest' ultimo quadro,
Veronese venne convocato dall'Inquisizione che lo costrinse a «correggere
et emendare» il dipinto che, in
origine, si
intitolava Ultima Cena . Veronese si limitò a cambiare il titolo. Intorno al
1560-61, Veronese gode di un momento artistico molto
felice che
si estrinseca
nella decorazione ad affresco di villa Barbaro, costruita a Maser
su progetto di Palladio.
Alle pareti del vestibolo cruciforme e di
cinque stanze vicine, alcuni portici «trompe
l'oeil» incorniciano paesaggi illustrati con fantasia poetica, o figure che hanno
l'apparenza di statue. Gli scomparti
delle volte
e le
lunette, con
i soggetti
mitologici o allegorici, fanno trionfare la prospettiva del soffitto; il
colore possiede una luminosità intensa, soprattutto nella composizione
celeste e girevole della sala centrale, in cui le divinità dell'Olimpo
sono riunite al
disopra di
finti balconi.
È l'apoteosi dell'illusionismo, illustrato anche nel vestibolo e
alle due estremità dell'infilata delle stanze da alcuni personaggi «trompe l'oeil» che appaiono davanti a porte simulate. Si
collocano intorno al 1565 quattro allegorie provenienti da un soffitto
(National Gallery, Londra), caratterizzate da scorci audaci. Nel 1566,
Veronese dipinse
nella sua città natale la grandiosa pala dell'altare maggiore di San
Giorgio in Braida, il Martirio di
san Giorgio
e, per
la medesima chiesa, San Barnaba guarisce gli ammalati (Museo di
Belle Arti, Rouen). Le brillanti Nozze
mistiche di Santa Caterina, antica
pala d'altare in Santa Caterina a Venezia (Gallerie
dell'Accademia) sono datate intorno
al 1570.
Dipinto in
collaborazione con
Benedetto Caliari (1538-98), fratello di Paolo, sull'altare
maggiore della chiesa di Santa Giustina a
Padova, il
Martirio di
santa Giustina
(1575) ricorda quello di san Giorgio per l'ampiezza della composizione a
due tonalità. A Palazzo Ducale di Venezia, il soffitto a cassettoni
della sala del Collegio accolse, tra il 1575 e il 1577, alcune pitture
allegoriche le cui figure si stagliano su un
cielo dal
ricercato luminismo.
All'incirca della stessa epoca, l' Adorazione
dei Magi, grande tela a sviluppo verticale (Chiesa di Santa
Corona a
Vicenza) presenta tonalità più cupe, in un'atmosfera di
misterioso crepuscolo; al contrario, la serie di quadri mitologici
dipinti per
l'imperatore Rodolfo II, oggi dispersi (due alla collezione
Frick, uno al Metropolitan Museum di New York
e uno
al Fitzwilliam Museum
di Cambridge) ricordano l'ispirazione dei «poemi» di Tiziano. A
partire dal 1580 circa, l'intervento di consistenti aiuti finanziari
spiega una certa incostanza nell'esecuzione: come avviene, per esempio,
nel Trionfo di Venezia, un
grande arazzo caratterizzato
da una composizione a ripiani che occupa uno scomparto del
soffitto della sala del Maggior Consiglio al Palazzo Ducale.
Quest'ultimo periodo ha visto nascere, tuttavia, alcune opere molto
personali, dal colorito intenso, come il Sacrificio
di Isacco (Museo del Prado,
Madrid), Giuditta e Oloferne
(Palazzo Rosso, Genova) e, soprattutto, l'ultima opera del maestro
(1587), San Pantaleone guarisce un
fanciullo (chiesa di San Pantaleone a Venezia), di alta ispirazione.
Il mondo di Veronese ignora, quasi sempre,
l'espressione del dolore o della tristezza; non vi si può
cercare, in generale, né raccoglimento, né intimità. È un mondo
sereno e fastoso
che traduce
l'aspirazione alla felicità della società veneziana in composizioni le
più caratteristiche delle quali sono ampie, ritmate da architetture
teatrali e popolate da
numerose figure.
È un mondo immaginario,
nonostante accolga il ritratto - talora facente parte della messa in
scena, talora isolato - e alcuni elementi
realistici come
buffoni, nani, paggi, soldati, cani e scimmie, la cui presenza
nell'ambito di episodi sacri e mitologici è giustificata dal gusto del
dipingere.
Si è spettatori di una festa del colore. Veronese gioca
magnificamente con i rapporti di toni, i
loro accordi
o, a
volte, con
le loro dissonanze e
i loro scambi reciproci attraverso i riflessi. Le sue tonalità sono più
luminose di quelle dei suoi
rivali. Nell'affresco
come nella pittura a olio, in cui gli impasti contrastano con le
velature, il tocco lieve o evidente sfuma i contorni, ma fa scintillare
luci dorate nei panneggi di stoffe sontuose. Sarebbe tuttavia limitante
attenersi a un'interpretazione basata esclusivamente sulla sensualità
di quest'arte. Nelle sue composizioni, Veronese annoda le figure in
morbide ghirlande oppure crea delle possenti diagonali. Questo artista
possiede il senso dello
spazio; la
sua prospettiva
originale e ardita moltiplica i punti di fuga (come nelle Nozze di Cana al fine di valorizzare, in seguito,
i vari
elementi) e
gli scorci; abbassa frequentemente la linea dell'orizzonte per
ingrandire le figure in primo piano,
mentre quelle
del fondo
o della
parte superiore (come nel Martirio
di san Giorgio)
obbediscono piuttosto a una prospettiva frontale. Nella decorazione dei
soffitti e delle volte, lo spazio viene concepito per una visione
obliqua a partire dal suolo. Tutto questo fa di Veronese un precursore
del barocco.
Sarà
proprio seguendo il suo esempio che S. Ricci, agli inizi del Settecento,
risveglierà la scuola veneziana dal
suo torpore, seguito da
G.B.
Tiepolo
che saprà trarne un'ispirazione più libera. In generale, i grandi
coloristi devono molto a Veronese: per
esempio Delacroix, il suo più fedele discepolo postumo, o
Cézanne,
suo ammiratore.
Testo a cura di:
Tribenet - La Tribù
italiana dell'Arte |
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