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Diego Velázquez è figlio di un portoghese, Juan Rodríguez de Silva, la cui
famiglia apparteneva alla piccola nobiltà trasferitasi da Porto a
Siviglia; la madre, di cui il pittore adotterà il nome, era un andalusa,
Jerónima Velázquez. Gli episodi che scandiscono e strutturano a grandi
linee la sua carriera in quattro periodi sono il trasferimento da Siviglia
alla corte (1623) e i due soggiorni in Italia (1629-30 e 1649-51). La sua
vocazione precoce gli permette di entrare a dodici anni nella bottega di
Francisco Pacheco (1564-1654), un buon pittore di secondo piano, a metà
strada tra il manierismo in voga a Siviglia alla fine del XVI secolo e un
realismo ancora timido.
Pacheco era peraltro un eccellente
professore, scrittore e umanista: Velázquez gli dovrà una cultura
assolutamente rara presso i pittori spagnoli. L'adolescente, divenuto
l'allievo preferito di Pacheco, supera brillantemente nel 1617 l'esame di
maestro pittore e, l'anno seguente, sposa Juana Pacheco che gli dà ben
presto due figlie e gli assicurerà un avvenire familiare costantemente
felice. Pacheco è un ammiratore del genero, il quale ha un rapido successo
come pittore di bodegones, così come di soggetti religiosi; il suocero
approfitta così del favore di un andaluso, il conte-duca d'Olivares,
presso il nuovo re, Filippo IV, per mandare Velázquez a Madrid.
Un primo viaggio, nel 1622, gli procura
contatti preziosi; esegue allora il ritratto del poeta Góngora. L'estate
seguente, dopo essere stato convocato insieme al suocero dal conte-duca,
Velázquez ottiene la commissione del ritratto del re, che immediatamente
lo ammette nel proprio seguito come pittore della camera. Un ritratto
equestre di Filippo IV, esposto all'entrata della Calle Mayor nel 1625,
gli conferisce un successo trionfale. Nel 1627, la vittoria di Velázquez
sui pittori blasonati della corte (come Vincente Carducho [1576-1638] )
nel concorso che deve celebrare la cacciata dei Mori da parte di Filippo
III (quadro andato perduto nell'incendio del palazzo reale nel 1734), ne
consacra definitivamente la superiorità.
Egli riceve il titolo di «guardaporta della
camera» (del re), il primo di un cursus honorum che gli assicurerà una
carriera di funzionario di palazzo parallela, e non meno brillante, di
quella di pittore. Il re gli offre un alloggio all'Alcázar, con un atelier
dove egli viene quasi quotidianamente a far visita al pittore. Quando
Rubens giunge a Madrid in missione diplomatica (1628), è Velázquez ad
accompagnarlo all'Escorial, ed è anche il solo tra i pittori madrileni a
ottenere la sua amicizia; è proprio Rubens che lo sollecita ad andare a
studiare sul posto i maestri italiani. Ottenuto il congedo da Filippo IV,
e viaggiando ufficiosamente come «favorito del re», Velázquez si imbarca a
Barcellona nell'agosto del 1629. Le sue tappe principali sono Genova,
Milano, Venezia, Roma, dove alloggia in Vaticano e poi a Villa Medici, e
infine Napoli, dove fa visita a Ribera (detto lo Spagnoletto). Una volta
rientrato in patria, alla fine del 1630, le sue attività ufficiali
continuano a intensificarsi.
Mentre la figlia maggiore sposa nel 1633,
il suo assistente Juan Bautista Martínez del Mazo (1612 c.ca-67),
Velázquez dirige dal 1634 al 1636 la decorazione del «salone dei Regni» al
nuovo palazzo del Retiro e successivamente quella del padiglione di caccia
della Torre de la Parada nella foresta del Pardo. Nominato nel 1643,
super-intendente de obras reales, diventa conservatore di tutte le
collezioni reali. Alcuni anni più tardi, Velázquez approfitta del rinnovo
di numerosi saloni dell'Alcázar per richiedere una missione in Italia allo
scopo di acquistare quadri e pezzi antichi: si imbarca a Málaga nel
gennaio del 1649.
A vent'anni di distanza, il pittore rivede
le medesime città, ma questa volta in qualità di personaggio ufficiale che
acquista per conto del re opere di Tintoretto a Venezia e alcune statue a
Roma e a Napoli. Un lungo soggiorno a Roma costituisce il punto culminante
del suo viaggio: viene chiamato a eseguire i ritratti di papa Innocenzo X
e di numerosi cardinali, e il loro successo gli apre le porte
dell'accademia di San Luca. Velázquez si attarda in Italia nonostante i
richiami del re, e rientra infine in patria nel giugno del 1651. Vi trova
una corte rinnovata, e un re invecchiato dai lutti e dagli eventi, e
tuttavia in luna di miele in seguito al suo nuovo matrimonio (con la
giovanissima nipote Maria Anna d'Austria). Il sovrano rinnova il proprio
favore nei confronti dell'artista imponendo la sua nomina come a
posentador («maresciallo» o «furiere» di palazzo), incaricato
dell'alloggio degli ospiti di riguardo e dell'organizzazione degli
spostamenti reali.
Velázquez svolge con coscienza, tatto e
cortesia i compiti relativi a questa carica, piuttosto impegnativa che
peraltro egli aveva auspicato. La sua carriera trova il proprio
coronamento nel 1658 quando, nonostante i pareri contrari dei dirigenti
dell'ordine, il doppio intervento del papa e del re gli assicura l'«abito»
di cavaliere di Santiago, privilegio assolutamente insolito per un
pittore. Non avrà modo di goderne a lungo: nella primavera del 1660,
Velázquez viene incaricato di preparare l'incontro dell'isola dei Fagiani
(alla foce del Bidassoa, ove venne siglata la Pace dei Pirenei) e il
matrimonio di Luigi XIV con l'infanta Maria Teresa; trascorre allora alla
frontiera dei Pirenei un periodo di due mesi che sfibra il suo stato di
salute già precario. È costretto a mettersi a letto dopo il suo ritorno a
Madrid, e muore in pochi giorni, senza dubbio a causa di un infarto.
L'opera di Velásquez
Destinata, a partire dal 1623, quasi esclusivamente al re, la sua
produzione costituisce oggi, al museo del Prado, un insieme caratterizzato
da una densità impressionante, a eccezione della mal rappresentata epoca
sivigliana. I quadri di quest'epoca, ricercati sin dalla fine del XVIII
secolo dagli appassionati stranieri - in primo luogo inglesi -, e dispersi
oggi in tutto il mondo, sono rimasti per lungo tempo poco conosciuti.
Religiosi o profani, tutti rivelano una capacità e una sicurezza
stupefacente in un artista così giovane. Più che l'influenza di Pacheco,
essi riflettono quella del focoso Herrera (presso il quale Velázquez
avrebbe lavorato per qualche tempo), di Montañés grande maestro della
scultura su legno e amico intimo di Pacheco, e soprattutto del naturalismo
tenebrista di Caravaggio, giunto a Siviglia verso il 1610. La forte
luminosità delle macchie di colore ampiamente contrapposte, i volumi
nettamente sottolineati dai contrasti di luce e ombra, conferiscono alle
forme un rilievo di legno scolpito.
Non esistono differenze tra i bodegones e i
soggetti religiosi, tra l'Apostolado incompleto - (musei di Barcellona di
Orléans, ecc.) dai modelli robustamente plebei, Sant'Ildefonso riceve la
pianeta (museo di Siviglia) o l'Adorazione dei Magi del 1619 (Prado,
Madrid) che devono il loro valore innanzitutto ai magnifici ritratti - e
le scene della vita popolare sivigliana. Citiamo, per esempio, la Vecchia
friggitrice (1618, museo di Glasgow) o il Portatore d'acqua (collezione
privata inglese), entrambi caratterizzati da una pacifica maestosità.
Anche nei quadri a tema sacro (Cristo in
casa di Marta e Maria, National Gallery, Londra; i Discepoli di Emmaus,
collezione privata irlandese), il primo piano è occupato da modelli dello
stesso tipo, a mezzo busto, secondo l'esempio dei quadri olandesi dei
secoli precedenti (Aertsen), che Velázquez ha avuto modo di conoscere. Nel
corso dei primo anni trascorsi alla corte, il pittore spagnolo accoglie
nel suo stile la lezione delle collezioni reali, degli Italiani e di
Rubens, che gli insegna a snellire e ad aerare le sue figure. Attraverso i
primi ritratti della famiglia reale (Filippo IV [in piedi] , l'Infante don
Carlos, Prado), è possibile apprezzare come il giovane pittore raccolga la
tradizione quasi centenaria del ritratto di corte, ereditata da Antonio
Moro (1519-76) e da Alonso Sanchez Coello (1531 o 1532-88) - dignità della
cosa rigida e impassibile, accessori di rigore: sipario e tavolo,
mantellina e guanti - alleggerendone tuttavia la sagoma e rallegrando la
propria tavolozza di carminii che evocano Tiziano (Filippo IV [a mezzo
busto] , Prado).
Ben presto Velázquez si avvicinerà al mondo
dell'umanesimo e della favola; alla vogolia della partenza per l'Italia,
nel 1629, riceve un premio per i Bevitori (Prado), quadro ancora per metà
tenebrista che contrappone, non senza dissonanza, il giovane bacco a ilari
contadini andalusi. L'Italia - e soprattutto Venezia, dove egli trova il
«meglio della pittura» - gli insegna a raggruppare con naturalezza le
proprie figure e a immergerle in un'atmosfera omogenea: lo si può
constatare in La tunica di Giuseppe (1630, Escorial), unico quadro che
egli abbia sicuramente dipinto a Roma in quel periodo (piccoli paesaggi
così moderni di Villa Medici e Villa Borghese [Prado] sono stati
diversamente assegnati dalla critica moderna a ciascuno dei due soggiorni
romani).
Con il ritorno a Madrid, Velázquez
raggiunge la pienezza di un'arte che subirà in seguito solo una lenta
evoluzione. L'artista gioca con eguale padronanza, a seconda delle
commissioni reali, con toni molto diversi, creando armonie personali di
ocra, verdi e grigi e adottando spesso come fondali vasti paesaggi chiari.
I diversi ambiti della sua produzione sono ineguali per numero di opere,
non per qualità. Si è in presenza di rare composizioni religiose, la più
commovente delle quali è il Cristo flagellato (National Gallery, Londra),
la più sottilmente barocca il San Tommaso (museo diocesano, Orihuela), le
più conosciute, infine, quelle che egli dipinse per monasteri od oratori
reali (attualmente al Prado): il Crocefisso scultoreo olimpico, gli
Eremiti e l'Incoronazione della Vergine, caratterizzate da chiare armonie
e ispirate ad alcune incisioni di Dürer. Parallelamente a questo gruppo, e
un po? più nutrito (malgrado le perdite subite nell'incendio del 1734),
quello dei soggetti tratti dall'antichità classica che non ha ancora
smesso di appassionare i commentatori. Questi quadri traspongono
liberamente modelli antichi o rinascimentali in un'atmosfera moderna e
familiare, seguendo l'esempio di Ribera, ma in modo più sottile e ambiguo.
Derisione degli idoli consacrati o
sentimento della continuità del mondo, della perennità dei tipi e dei
caratteri? Si può rimanere esitanti davanti alle figure buffe, e tuttavia
sempre dignitose, dipinte tra il 1636 e il 1639 per la Torre de la Parada
(Prado): Marte, che è allo stesso tempo il pensieroso di Michelangelo e un
sottufficiale baffuto, e quei pittoreschi accattoni, l'Esopo o il Menippo,
nobilmente ammantato nella sua cappa. Tuttavia, l'ampio realismo di La
fucina di Vulcano (Prado) non ha nulla di burlesco, e ogni secondo fine
ironico sembra essere bandito dalla meravigliosa Venere allo specchio (National
Gallery, Londra): il mistero del volto rivelato dal suo riflesso. Dipinta
prima del 1651, forse in Italia - nonostante la grazia nervosa di questo
nudo inarcato «a chitarra» sia tutta spagnola -, quest'opera fa la sua
apparizione eccezionale nel «secolo d'oro». A questi due gruppi si
aggiunge un solo grande quadro storico, destinato al «salone dei Regni»
del Retiro (1635): Le lance o La resa di Breda (Prado), capolavoro di
ritmo nella sua composizione a fregio, di raffinatezza cromatica con i
toni contrapposti dei suoi due gruppi sugli ampi sfondi bluastri e infine
di dignità umana nell'accoglienza offerta dal vincitore al vinto.
Malgrado tutto, Velázquez si specializza
sempre più nel ritratto e per prima cosa in quelli della famiglia reale,
spesso sugli sfondi delle rupi e delle verdi querce del Guadarrama,
circondati da una luce argentea. Vi sono grandi ritratti equestri alla
Rubens destinati al Retiro e passati al Prado (Filippo III, Filippo IV,
l'Infante Balthasar Carlos [1634] ), e ritratti di cacciatori per la Torre
de la Parada, anch'essi al Prado (Filippo IV, suo fratello Don Ferdinando
e l'Infante Balthasar Carlos in abito da caccia [1635] accompagnati dai
loro cani). Tra i diversi ritratti reali, in piedi o a mezzo busto - di
cui Mazo eseguì buone copie -, emerge il Ritratto di Filippo IV o di
Fraga (1644, Frick Collection, New York) che lascia stupefatti per la
libertà della fattura e l'imprevisto degli accordi rosa, nero e argento.
Agli antipodi si situa «quel mondo di mezzo» che nel palazzo era il gruppo
degli hombres de placer, nani e buffoni di cui la corte di Spagna - e la
pittura di corte - conservavano la tradizione di origine medievale.
Velázquez, che ne ha dipinti parechi tra il 1635 e il 1645 (Prado),
l'individualizza con un vigore e una naturalezza unici: buffoni in piedi
nelle loro pose ironiche o teatrali, altri invece seduti, «ritardati» o
nani intelligenti (El Primo, il fiammingo Don Sebastian de Mora), il cui
sguardo è caratterizzato da un'acutezza quasi insostenibile. Sono figure
che da sole bastano a esprimere l'umanità profonda di Velázquez, estranea
all'enfasi così come alla caricatura.
Il pittore spagnolo fu chiamato a dipingere
alcuni visitatori di riguardo (il duca Francesco I d'Este, pinacoteca di
Modena) e alti dignitari (il Conte di Benavente, 1649, Prado, il più
«tizianesco» dei suoi ritratti). In quell'occasione egli si preoccupò di
fissare anche i tratti di alcuni amici o familiari: la moglie, Juana
Pacheco (Prado), l'illustre scultore Montañés (Prado) e il proprio fedele
collaboratore, il mulatto Juan de Pareja (collezione privata inglese) che
dipinse a Roma nel 1650 «per farsi la mano» prima di eseguire il ritratto
di Papa Innocenzo X (galleria Doria-Pamphilj, Roma). Questo quadro, per
l'autorevolezza della posa, la luminosità dello sguardo, l'audace sinfonia
dei toni russi, ispirata forse al Cardinal Guevara di El Greco, è forse il
capolavoro dell'autore e del ritratto europeo barocco. Tuttavia, le opere
- poco numerose - dei dieci anni che seguono il secondo viaggio in Italia
rivelano un rinnovamento dei temi e soprattutto dello stile. Mentre negli
ultimi ritratti il re pare sciupato e indebolito, sono la giovane regina
Maria Anna e i nipoti a occupare un posto di maggior rilievo; i ritratti
di questi ultimi sono suddivisi tra Madrid e Vienna (Infanta Margarita
Maria in veste blu, Infante Felipe Prospero), essendo stati inviati al
ramo austriaco degli Absburgo. Di questi modelli fragili e graziosi
Velázquez accentua il tono di indifferenza, rappresentandoli rigidi nei
loro gesti; più che come «personaggi» li tratta come «elementi armonici»
con tonalità dominanti grigio argento, blu o rosa, e sostituisce ai
contorni un gioco di macchie e di tocchi vibranti che fa brillare le
grandi e semplici forme. Queste ultime si fondono con la cornice delle
cortine, di console dorate e di specchi.
Lo stesso avviene nelle due ultime grandi
composizioni di Velázquez. La prima, Le filatrici (1657, Prado) è allo
stesso tempo l'evocazione del mito di Aracne e la rappresentazione di un
atelier di tappezzeria i cui operai, ritmati con suprema naturalezza,
sfumano nella penombra. La seconda, L'infanta Margherita e le sue dame
(Las meninas, 1658, Prado) è un'«istantanea» della vita quotidiana della
corte in un pomeriggio d'estate. Attorno alla piccola infanta Margarita,
sono riuniti le due damigelle d'onore (meninas), gli amici nani, il suo
cane e lo stesso pittore che dipinge una tela di cui si vede il rovescio,
mentre la coppia dei sovrani, supposto soggetto della tela, è riflessa in
uno specchio sul muro di fondo. Si tratta di un quadro unico, sia per la
composizione insolita e la naturalezza dei gesti e degli atteggiamenti,
sia per la dolcezza misteriosa della luce e dello spazio: «salvezza»
dell'istante fuggitivo catturato da uno sguardo la cui acutezza non trova
eguali. La parabola di Velázquez, che ha avuto come punto di partenza il «tenebrismo»,
trova così il proprio completamento in una sorta di «impressionismo». Dopo
aver rinnovato la visione dei pittori madrileni della seconda metà del
secolo, da Carreño a Claudio Coello, e risvegliato il genio di Goya - che
incise numerose delle sue opere e si avvicinò al suo stile del ritratto -,
nel XIX secolo l'influenza esercitata da Velázquez assume connotati
europei. Secondo l'espressione di Manet che, a Madrid, saluta in lui il
«pittore dei pittori», questo artista ha «fatto cadere i paraocchi» ai
realisti del 1850. Ma Velázquez incarna anche la figura di un iniziatore
per Monet, Renoir, Whistler, poiché propone alcune anticipazioni delle
loro ricerche cromatiche e della loro immagine «fluida» del mondo.
Testo a cura di:
Tribenet - La Tribù
italiana dell'Arte |
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