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L'itinerario dell'artista nell'Italia centrale giustifica la divisione
tradizionale della sua breve carriera, in tre periodi di crescente
importanza.
Le Marche e l'Umbria per Raffaello
A Urbino Raffaello si avvicina all'arte nella bottega del padre Giovanni
Santi, discreto ed eclettico artista, ma senza dubbio più decisivo per la
sua formazione è il contatto con il centro raffinato della corte ducale.
Poi completa il suo apprendistato a Perugia presso il Perugino, che sa
comunicargli un senso dell'ampiezza che egli stesso ha preso da Piero
della Francesca. Le opere prodotte da Raffaello in questo periodo (dal
1500 fino al 1504 circa) riflettono lo stile del Perugino, e talvolta
anche quello del Pinturicchio (1454-1513), lasciando intravedere un
accento più umano e un gusto della semplicità che non contraddice il
raffinamento dell'esecuzione. Tra i primi lavori, troviamo la Madonna
leggente col Bambino (Staatliche Museen, Berlino), il San Sebastiano
(Accademia Carrara, Bergamo), la Resurrezione (Museu de arte, San Paolo),
dove è più evidente l'influenza del Pinturicchio, e la Crocifissione Mond
(National Gallery, Londra). La pala d'altare della chiesa di San Francesco
al Monte di Perugia (1502-03, Pinacoteca vaticana) fa dell' Incoronazione
della Vergine il soggetto di una composizione a due piani, dove la varietà
degli atteggiamenti e delle espressioni testimonia una ricerca personale.
Dipinto nel 1504 per San Francesco di Città di Castello, lo Sposalizio
della Vergine (Pinacoteca di Brera, Milano) riprende con più grazia la
dimostrazione di geometria spaziale che il Perugino aveva raggiunto nella
Consegna delle chiavi per la Cappella Sistina.
Firenze per Raffaello
Trasferitosi a Firenze nel 1504 (dove rimarrà quattro anni, inframmezzando
il soggiorno fiorentino a brevi ritorni a Perugia e a Urbino), il giovane
maestro provinciale scopre nuovi orizzonti. Egli non può ignorare né la
tradizione del Quattrocento né la presenza simultanea di Leonardo da Vinci
e Michelangelo. Le composizioni monumentali di Fra' Bartolomeo (1472-1517)
contribuiscono ad allargare il campo della sua esperienza. La sua
produzione dell'epoca risente di queste correnti diverse, ma l'umanità
sempre più profonda di cui essa è impregnata si deve già tutta alla sua
visione personale. La cultura fiorentina è alla base di alcuni piccoli
quadri dall'aspetto raffinato: San Michele, San Giorgio (Museo del Louvre,
Parigi); San Giorgio e il drago e Madonna col Bambino detta «piccola
Madonna Cowper» (National Gallery, Washington); il dittico un tempo
formato dal Sogno del cavaliere (National Gallery, Londra) e le Tre Grazie
(museo Condé, Chantilly). Ma Raffaello, a Firenze, si consacra soprattutto
a variazioni sul tema della Madonna, dando alla figura della Vergine
accenti inimitabili di femminilità e di tenerezza. A volte sola col
Bambino, la Vergine è spesso accompagnata da altri personaggi, anch'essi
inseriti in un paesaggio di tradizione umbra, luminoso e sereno. Le più
celebri Madonne fiorentine di Raffaello sono quelle dette del granduca
(Palazzo Pitti, Firenze) e d'Orlèans (museo Condè, Chantilly), la Madonna
del Prato (Kunsthistorisches Museum, Vienna), dove il gruppo a piramide si
ispira alla Sant'Anna di Leonardo, come nella Madonna del cardellino
(galleria degli Uffizi, Firenze) o nella Belle Jardiniére (Louvre);
ricordiamo ancora la Madonna Bridgewater (National Gallery, Edimburgo), la
Madonna Esterházy (museo di Belle Arti, Budapest) e la celebre Madonna
Tempi (Alte Pinakothek, Monaco), in cui l'artista raggiunge un sommo
equilibrio tra reale e ideale. Lo stesso tema è anche al centro di
composizioni più ambiziose, ma chiaramente articolate, che si amplificano
in «conversazione sacra»: la pala «Colonna» (Metropolitan Museum, New
York), la pala Ansidei (National Gallery, Londra), la Madonna del
baldacchino (Palazzo Pitti). Il Trasporto di Cristo morto (galleria
Borghese, Roma) è il soggetto principale della pala «Baglioni», dipinta
nel 1507 per San Francesco di Perugia; vi si trova eccezionalmente uno
stile teso, con una ricerca plastica ispirata a Michelangelo. L'affresco
con la Trinità e santi, dipinto a San Severo di Perugia, mostra in
compenso un'ampiezza tranquilla che annuncia il Trionfo dell'Eucarestia.
Al periodo fiorentino appartengono infine alcuni bei ritratti nei quali è
manifesta l'influenza di Leonardo: Donna gravida , Agnolo Doni e Maddalena
Doni (Palazzo Pitti), sullo sfondo di un paesaggio come la Dama con il
liocorno (galleria Borghese). Del 1508 circa è la Muta (Galleria
nazionale, Urbino), capolavoro della ritrattistica di Raffaello, anch'esso
caratterizzato dall'adesione a motivi leonardeschi.
Roma: le commissioni pontificie
Arrivato a Roma nel 1508, Raffaello vi trova il terreno favorevole al
fiorire del suo genio. Esaltato e maturato dalla rivelazione
dell'antichità, oltre che dall'esempio di Bramante e di Michelangelo, egli
appare ben presto come l'artista più abile nel tradurre in un linguaggio
di portata universale i grandi disegni dei papi umanisti del Rinascimento,
e in particolare di Giulio II, che sogna di resuscitare la Roma imperiale
sotto la dominazione spirituale, temporale e culturale della Chiesa. Nei
Palazzi Vaticani, una squadra di pittori senesi e umbri aveva appena
iniziato la decorazione dell'appartamento situato sopra quello di
Alessandro VI Borgia. Dal 1508, Giulio II decide di sostituirli con
Raffaello, che Bramante aveva introdotto alla corte pontificia. Nascono
così le Stanze vaticane, il più celebre ciclo di affreschi dovuti
all'artista e, in gran parte, alla sua bottega. La stanza detta «della
Segnatura» viene dipinta dal 1509 al 1511, quasi completamente dalla mano
di Raffaello. Questo insieme, dove la sua arte raggiunge il punto
d'equilibrio e obbedisce a un'ispirazione particolarmente elevata, dà
forma a un grande progetto dell'umanesimo, la riconciliazione della
cultura pagana con l'ideale cristiano. Tra le figure grottesche già
eseguite dal Sodoma (1477-1549), i quattro medaglioni della volta
rappresentano le allegorie della Teologia, della Filosofia, della Poesia e
della Giustizia, alle quali si riferiscono i soggetti dei cassettoni
vicini (Adamo ed Eva, Astronomia, Apollo e Marsia, Giudizio di Salomone).
Il tema quadripartito è sviluppato nei grandi affreschi delle pareti, dove
l'allegoria lascia spazio a figure viventi. Illustrando la teologia, il
Trionfo dell' Eucarestia (celebre con il nome di Disputa del Sacramento)
sovrappone magistralmente una zona terrestre, quella della Chiesa
militante (dottori, papi e fedeli), e una zona celeste, quella della
Chiesa trionfante (profeti, apostoli e santi), in uno spazio curvo dove
tutto converge verso l'ostensorio centrale. La filosofia è celebrata nella
Scuola di Atene , le cui figure di filosofi e sapienti popolano la
prospettiva maestosa di un tempio ispirato a Bramante. Per la poesia, vi è
la composizione non meno chiara del Parnaso, dove i poeti antichi e
moderni accompagnano Apollo e le Muse; per la giustizia, infine, due
scene, Gregorio IX che promulga le decretali e Triboniano che consegna le
pandette a Giustiniano , separate da una finestra e sormontate da una
rappresentazione allegorica delle Virtù. Dipinta dal 1511 al 1514, la
stanza detta «di Eliodoro» denota un'evoluzione rispetto alla precedente.
Meno ideale, più storico, contenente anche allusioni alla politica
pontificia, il tema delle pareti (i medaglioni della volta offrono quattro
episodi dell'Antico Testamento) è quello dell'intervento divino a favore
della Chiesa. D'altra parte, il registro dei mezzi pittorici si è esteso:
con la scena della Cacciata di Eliodoro dal Tempio (da notare la presenza
significativa di Giulio II), è il movimento a entrare in gioco; con la
Liberazione di san Pietro dal carcere , il chiaroscuro in una versione
notturna; con la Messa di Bolsena, il realismo, come testimoniano i
ritratti dei dignitari della corte pontificia, e il colore, trattato più
generosamente, senza dubbio sotto l'influenza veneziana; con Attila e
Leone Magno (sotto i tratti di Leone X, successore di Giulio II), infine,
una nuova formula di composizione, per masse ineguali. Già sensibile nella
stanza di Eliodoro, il contributo dei collaboratori di Raffaello diviene
più consistente nella camera detta «dell'Incendio di Borgo», dipinta per
Leone X dal 1514 al 1517 e incentrata su un tema che privilegia la storia
e l'attualità. Le quattro scene principali hanno come protagonisti i papi
di nome Leone. L'affresco che raffigura l' Incendio di Borgo è il più
notevole per la composizione in profondità, la passione archeologica di
cui è testimone, la qualità plastica dei suoi frammenti, alcuni dei quali
paiono appartenere alla mano di Raffaello. Nella sala detta «di
Costantino», solo la concezione dell'insieme appartiene al maestro;
l'esecuzione è interamente dovuta ai suoi allievi, tra cui Giulio romano,
al quale viene attribuito l'affresco grandioso e tumultuoso raffigurante
la Battaglia di Ostia (o Vittoria di Costantino su Massenzio ). È senza
dubbio nel 1514 che Leone X ordina a Raffaello un altro insieme capitale:
i cartoni per i dieci arazzi degli Atti degli Apostoli , destinati alla
Cappella Sistina. Tessuti a Bruxelles, gli arazzi sono oggi esposti alla
Pinacoteca vaticana. I sette cartoni superstiti sono conservati al
Victoria and Albert Museum di Londra; queste grandi composizioni, in
particolare la Pesca miracolosa , che sembra autografa, hanno valore per
la semplicità classica e l'efficacia di una messa in scena che dà ai
personaggi un ruolo essenziale. Dal 1518 alla sua morte, Raffaello dirige
infine il cantiere delle «Logge» vaticane. Si tratta di una galleria di
tredici arcate la cui decorazione delicata e fastosa, eseguita in
particolare da Giovanni da Udine (1487-1564), associa grottesche dipinte a
stucchi modellati, lasciando spazio a piccole composizioni a fresco,
quattro per arcata, che illustrano in modo conciso e vivace i principali
episodi dell'Antico Testamento. Questa celebre «Bibbia» è un'invenzione
del maestro, ma l'esecuzione è opera di Giulio Romano, Polidoro da
Caravaggio (1500-46), Perin del Vaga (1501 c.ca-1547), Giovan Francesco
Penni (1488-1530 c.ca) e altri.
Roma: altri lavori
I cantieri del Vaticano non assorbono completamente la prodigiosa attività
di Raffaello, che decora con affreschi numerosi edifici romani. Quello che
rappresenta Isaia tra due putti, nella chiesa di Sant'Agostino (1511),
ricorda molto da vicino i profeti di Michelangelo. Le commissioni di
Agostino Chigi meritano un'attenzione particolare. Al piano terra della
sua villa, chiamata più tardi «la Farnesina», Raffaello dipinge nel 1511
il Trionfo di Galatea, composizione agile e impregnata di delicata
umanità. È ancora il sentimento plastico di Michelangelo che ispira le
quattro Sibille, gli angeli e i putti che sormontano un arco di Santa
Maria della Pace (1514). A Santa Maria del Popolo, la cappella Chigi, la
cui architettura è di Raffaello, presenta alcuni mosaici eseguiti su suo
disegno (1516). Il maestro viene infine incaricato, nel 1517, di decorare
ad affresco la loggia di villa Chigi. A discapito dell'esecuzione,
l'invenzione, molto originale, gli appartiene, come testimoniano alcuni
bei disegni. Il salone imita un pergolato con festoni di fiori e di
frutti; la favola di Psiche occupa il centro della volta e le sue dieci
linee di imposta. La serie delle Madonne romane continua quella del
periodo fiorentino, in uno stile più maturo e spesso più serio. La Madonna
d'Alba (National Gallery, Washington) è in tondo, come la celebre Madonna
della seggiola (Palazzo Pitti). La Madonna del diadema (Louvre) è di
piccolo formato, mentre un'ampia composizione contraddistingue la Madonna
di Foligno (Pinacoteca vaticana), la Madonna del pesce (museo del Prado,
Madrid) e la Madonna Sistina (Gemäldegalerie, Dresda); quest'ultima, che
proviene da San Sisto di Piacenza, è la più mistica nella sua sobrietà.
Altri quadri religiosi risalgono al periodo romano: la Visione d'Ezechiele
(Palazzo Pitti), di effetto monumentale malgrado il piccolo formato; Santa
Cecilia (pinacoteca di Bologna), con la sua natura morta di strumenti
musicali; infine la celebre Trasfigurazione (Pinacoteca vaticana), a due
ordini, la cui parte inferiore tradisce l'intervento degli allievi.
L'intensa attività di Raffaello non gli impedisce di dipingere, a Roma,
ritratti la cui raffinatezza eguaglia la semplicità: un Ritratto di
cardinale (Prado), Baldessar Castiglione (Louvre), Fedra Inghirami
(Palazzo Pitti), la Donna velata (Palazzo Pitti), il presunto Bindo
Altoviti (National Gallery, Washington), Leone X tra due cardinali
(Uffizi).
L'universo di Raffaello
Ciò che rivela prima di tutto l'opera del maestro in questi tre periodi, e
ciò che spiega più facilmente il suo successo, è la prodigiosa facoltà che
egli ebbe di tradurre concetti elevati in un linguaggio naturale e
accessibile a tutti, in un mondo di forme percorso da un soffio
profondamente umano. L'esempio delle Madonne è significativo. L'accento
può essere posto sulla maternità felice ( Belle Jardiniére, Madonna della
seggiola ), o sulla gravità della sua missione ( Madonna Sistina); in ogni
caso, ci si trova di fronte all'immagine vivente di una femminilità che
unisce grazia e nobiltà. Ma i grandi cicli romani permettono a Raffaello
di dimostrare in modo più completo la sua originalità e inventiva. Non si
può, certo, attribuire all'artista tutto il merito di un programma come
quello della stanza della Segnatura, dove l'umanesimo acquista una
risonanza neoplatonica. Il pensiero pontificio ha avuto qui la sua parte,
ma l'interpretazione di Raffaello lo traduce in modo comprensibile. La
vocazione dell'artista non era quella di tracciare figure allegoriche
(presenti tuttavia per fissare il tema), ma piuttosto di svilupparne il
significato in scene diverse, ciascuna delle quali racconta un'avventura
dello spirito umano. La composizione ha evidentemente un ruolo
fondamentale. Essa esprime attraverso se stessa, per il bilanciarsi delle
masse, per l'equilibrio finale delle forze che mette in gioco, per il
posto che assegna a ogni cosa, ma anche per l'agilità delle sue linee
determinanti, l'idea di un ordine spirituale. Essa respira all'interno di
uno spazio che amplifica la prospettiva, dove le figure contano
soprattutto per la loro disposizione. Tutto questo è segno di un
temperamento classico, ma il genio di Raffaello è abbastanza ricco da
ammettere anche tendenze apparentemente contrarie. La stanza d'Eliodoro ne
è la prova, con l'interesse che vi si manifesta per il movimento, per
l'illuminazione notturna, per l'accidentale, e per quella verità
individuale che esprimono con tanta penetrazione gli ammirevoli ritratti
dipinti a Roma o a Firenze.
La mano di Raffaello
Bisogna guardarsi da un errore abbastanza frequente che consiste nel
credere che il merito di Raffaello risieda nella concezione e forse nella
composizione, ma non nell'esecuzione, e nel ridurre l'artista, come voleva
Bernard Berenson, a un geniale «illustratore». Raffaello è anche un
grandissimo pittore. È vero che una specie di pudore l'ha spesso spinto a
dissimulare i suoi mezzi e la sua scienza sotto un'apparenza di
semplicità, persino di ingenuità. È vero anche che egli ha avuto il ruolo
di maestro di bottega, che l'ampiezza del suo compito l'ha spesso
obbligato ad affidare, in parte o anche completamente, l'esecuzione degli
incarichi ai suoi allievi o collaboratori, che non è facile infine
determinare il grado esatto d'importanza dei suoi interventi. Ci si
accorda tuttavia a giudicare autografe un certo numero di opere la cui
qualità è evidente: qualità del disegno, testimoniata d'altronde dai
numerosi studi preparatori del maestro che le grandi collezioni mondiali
conservano e che fanno gustare tutta la sensibilità dei contorni nati da
un gioco di curve; qualità del colore, generalmente discreto e in funzione
della forma, qualche volta più ricco come dimostra la Messa di Bolsena;
qualità del tocco, leggero e vibrante nei migliori casi, ma di un
virtuosismo che non si manifesta volentieri.
Il pittore e la posterità
Le incisioni di Marcantonio Raimondi (1480-1534), contemporaneo di
Raffaello, hanno contribuito alla popolarità della sua opera. La
diffusione dello stile si è attuata grazie ai suoi numerosi aiutanti e
discepoli, tra i quali Giulio Romano appare di gran lunga il più
personale. È pur vero che l'uso fatto da questi del linguaggio del maestro
è spesso sfociato nel manierismo. Per lungo tempo, e non senza abusi,
l'opera di Raffaello è stata considerata come una sorta di manifesto del
classicismo. È forse questo il motivo principale del disdegno che essa
incontra spesso dalla metà del XIX secolo e che si esprime in particolare
nella ribellione dei preraffaelliti. Ancora ai nostri giorni, le qualità
di Raffaello non riescono sempre a soddisfare un gusto piuttosto teso alla
ricerca dell'inatteso e dell'incompiuto. Uno sguardo attento permette
d'altra parte di scoprire sotto la veste della semplicità la freschezza e
l'elevazione del suo messaggio. Le opere architettoniche di Raffaello
contribuiscono a definire lo spirito del Rinascimento classico. La maggior
parte dei lavori si trova a Roma. La chiesa di Sant'Eligio degli Orefici
risale al 1513 circa. Nel 1514, Raffaello viene nominato, dopo Bramante,
direttore dei lavori della basilica vaticana; adotta un progetto che
abbandona la croce greca per quella latina, ma che non verrà mai eseguito
come tale. In compenso, s'ispira a un progetto di Bramante per San Pietro
nel costruire verso il 1515, a Santa Maria del Popolo, la cappella Chigi.
La loggia di Villa Madama, del 1516 circa, è notevole per la sua volta
decorata a stucco.
Testo a cura di:
Tribenet - La Tribù
italiana dell'Arte |
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