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Le opere dipinte, disegnate, scritte di Leonardo rivelano tre aspetti
della sua attività: l'arte, la ricerca scientifica, la tecnologia. Nelle
sue carte non si legge purtroppo nulla della sua vita privata e dei suoi
affetti; da altre fonti si ricavano notizie, in particolare da Giorgio
Vasari che nelle sue Vite (1550; 1568) traccia la biografia di Leonardo
offrendone un ritratto idealizzato. «Mirabile e celeste», infatti,
definisce il figlio di ser Piero, notaio; in lui si trovano bellezza,
grazia, virtù, forza, destrezza, valore e bontà, tali che nessuno gli fu
pari. Accolto nella casa del padre di cui era «figliuolo non legiptimo» e
della matrigna, lontano dalla madre, una certa Caterina andata poi sposa a
Cattabriga o Accattabriga, dimostrò in modo precoce interesse a molte cose
senza tuttavia portarne a termine alcuna. Frequentando poi la scuola di
abbaco del paese, come riporta Vasari, apprese così in fretta, da
confondere spesso con i suoi dubbi, le sue domande e le sue obiezioni il
maestro stesso. Dopo il trasferimento a Firenze, il padre, constatata la
sua costante passione per il disegno, lo mandò a bottega da Andrea del
Verrocchio, suo amico, che era artista completo. Allora Leonardo doveva
avere 17 anni e imparò tutte le nozioni che a quel tempo si richiedevano a
un artista: scultura e pittura, ma anche architettura di chiese, di
edifici, di mulini, di macchinari idraulici e per ogni tipo di lavoro. Non
studiò il latino e i classici, cosicché a ragione Leonardo si definiva
«uomo senza lettere» in una città, Firenze, dalla cultura neoplatonica e
dedita alle arti «liberali», indirizzate cioè alla contemplazione della
verità; si applicò invece alle arti «meccaniche», considerate all'epoca
vili. In bottega egli apprese tutto quanto concerneva l'attività manuale e
i precetti raccolti nel «libro di bottega», che in forma concisa e con
discorso spezzato il maestro compilava a mano a mano annotandovi anche i
fatti più salienti. Un modo che Leonardo fece proprio nelle sue carte e
dal quale non poté mai distaccarsi, nonostante le sue speranze di
organizzare tutto il materiale frammentario; qui il passaggio da un
argomento all'altro, più che a una conoscenza febbrile, è imputabile al
particolare modo di annotare i vari argomenti anche a lunghi intervalli di
tempo gli uni dagli altri, senza poter ricordare quanto già scritto in
precedenza.
Gli anni fiorentini del giovane Leonardo
Il suo apprendistato iniziò con la raffigurazione di «teste di femmine che
ridono [...] e teste di putti», riproduzioni di sé stesso com'era
nell'infanzia e repliche della madre, come interpreta Sigmund Freud nel
suo saggio su Leonardo (1910), che mette in rilievo tre caratteristiche
della sua personalità: l?insaziabile curiosità per l'investigazione
scientifica e la sete di sapere che impedisce talvolta la sua attività
artistica; la lentezza nell'esecuzione delle sue opere pittoriche; il
rifiuto della sessualità, inconsueto in un uomo «piacevole nella
conversazione, che tirava a sé gli animi delle genti», affabile e amante
della bellezza e della vita raffinata. Il suo ingegno lo portava a non
accontentarsi di una conoscenza superficiale della realtà, ma a dare
valore all'esperimento e all'osservazione diretta: «I'esperientia» sola «è
madre di ogni certezza». I suoi primi disegni nascono da questo metodo di
lavoro: l'Arno (5 agosto 1473) che si restringe alla stretta della
Gonfolina è un paesaggio osservato nelle sue singole componenti e ricreato
nella sua suggestione atmosferica. In collaborazione con il Verrocchio
dipinse una tavola con il Battesimo di Cristo (147075) in cui è
ravvisabile la mano leonardesca nel paesaggio e nell'angolo di sinistra.
Vasari racconta che questo fu dipinto così da superare l'abilità del
maestro che non volle più toccare i colori, «sdegnatosi che un fanciullo
ne sapesse più di lui». Certo il racconto è poco verosimile per alcuni
elementi contraddittori, ma evidenzia il fatto che ben presto Leonardo
mutò i consueti rapporti tra allievo e maestro: si può pensare che
diventassero presto colleghi seppure con esperienze e fama differenti. Lo
conferma il fatto che già dal 1472 il nome di Leonardo appare nella lista
dei pittori di Firenze. Il primo dipinto di lavoro autonomo è
l'Annunciazione (1475 c.ca), oggi conservata agli Uffizi, in cui però è
ancora evidente l'influenza della scuola verrocchiana, come pure
nell'altra Annunciazione, oggi al Louvre, che faceva parte della predella
di un'opera dipinta da Lorenzo di Credi (1459‑1537), anch'egli a bottega
dal Verrocchio. Molti critici sono concordi nel far rientrare in questo
primo periodo il Ritratto di donna, che dovrebbe essere quello di Ginevra
Benci, figlia di quel Benci al quale Leonardo dice di aver dato un suo
libro e un mappamondo. Il rametto di ginepro sul retro della tavola
sembrerebbe alludere al nome della giovane, ritratta su uno sfondo di
alberi e di acque, dominato da una grande conifera in controluce. Pur
lavorando autonomamente, Leonardo aveva continuato ad abitare con il
Verrocchio fino al 1478, anno in cui gli fu commissionata una tavola per
l'altare della cappella della Signoria. Invece di preoccuparsi di quest?opera,
egli si dedicò ad altri dipinti il cui soggetto lo attraeva di più: la
Madre e il Bambino, sui quali impostò parecchi schizzi. È probabile che le
due Vergini Maria annotate da Leonardo in una delle sue carte siano la
Madonna del Fiore, oggi all'Ermitage di Leningrado, e la Madonna del
garofano di Monaco, dai tratti molto più umani e poco divini, colte nella
gioia del loro compito materno. Leonardo aveva però bisogno di guadagnare
e accettò ben volentieri la commissione dei monaci di san Donato a Scopeto
presso Firenze, che integravano il pagamento con offerte di prodotti della
campagna, dell'Adorazione dei Magi (1481). La impostò in numerosi disegni,
studiandone rigorosamente i piani prospettici e le espressioni dei
personaggi, così che il momento dell'esecuzione poi sulla tela dovette
sembrare svuotato di interesse creativo, se egli abbandonò improvvisamente
il convento e non terminò più il quadro. L'opera è assolutamente originale
sia per il tema dell'adorazione risolta come epifania, cioè manifestazione
del divino, non in un'idea astratta ma nel fenomeno che coinvolge la
natura, gli animali e gli; uomini, le cui emozioni e pensieri si esprimono
mediante i gesti e le espressioni del viso; ma anche per l'attenzione alle
forme anatomiche e alla prospettiva resa dalla linea e dal rapporto
luce-ombra. Fra i personaggi che fanno corona alla Vergine, si presume che
il primo a destra sia l'artista stesso. All'ultimo periodo della
permanenza di Leonardo a Firenze risale il San Gerolamo, anch'esso
incompiuto, che esprime la stessa preoccupazione per la forma anatomica e
la gestualità che si ritroveranno poi sempre nei dipinti dell'artista. Le
altre opere menzionate da Vasari sono la Rotella, la Medusa, il Nettuno
per Antonio Segni suo amico, il cartone di Adamo ed Eva.
Leonardo a Milano
Diversi motivi concorsero probabilmente a che Leonardo lasciasse Firenze,
che aveva attraversato momenti di gravi tensioni politiche: la congiura
dei Pazzi e la conseguente repressione da parte di Lorenzo de' Medici
doveva essere apparsa feroce anche ai suoi occhi. Vasari riporta la
notizia di un concorso per musici cui avrebbe partecipato superando gli
altri concorrenti, con una lira d'argento «in forma d'un teschio di
cavallo», strana, ma tale da essere più sonora e armoniosa, come egli
stesso aveva voluto costruirla. Non è inverosimile una siffatta
invenzione, anche se la notizia non è più ripresa altrove. Un altro motivo
poteva essere stato offerto dalla volontà di Ludovico Sforza, detto il
Moro, di erigere un monumento equestre a Francesco Sforza suo padre. E
fosse stato Leonardo richiesto dal duca stesso o presentato da Lorenzo il
Magnifico, che riteneva il signore di Milano un alleato importante, alla
fine del 1482 egli giunse a Milano. Presentandosi al duca gli offrì i suoi
servigi con una lettera in cui si descriveva capace di qualsiasi opera di
ingegneria militare; mentre il Moro, secondo Vasari, ne conosceva già il
talento artistico attraverso uno strano dipinto. Egli aveva infatti
comprato da alcuni mercanti una rotella di legno di fico consegnata da un
contadino al padre di Leonardo, ser Piero, perché la facesse dipingere.
L'artista vi aveva rappresentato un animalaccio orribile e spaventoso
ricavato dall'insieme di molti animali. In seguito il padre, anziché
ridarla al contadino, l'aveva venduta. Gli inizi a Milano, dominata dal
potere e dallo sfarzo ducale, furono difficili per Leonardo, che non era
stato accettato immediatamente nella cerchia degli artisti milanesi. Solo
nel 1483, assieme ai fratelli De Predis, ebbe una commissione importante,
la Vergine delle rocce, di cui si conservano due versioni, una
esclusivamente di Leonardo, oggi al Louvre, l'altra di mano leonardesca a
Londra. Lo sfondo naturalistico imponente e preciso accoglie i personaggi
composti secondo uno schema piramidale e soffusi di una quieta serenità.
La consegna del dipinto, data la lentezza dell'artista, avvenne in ritardo
rispetto agli impegni presi, cioè nel 1490, e ciò comportò strascichi
legali. Di lui si diceva che fosse lentissimo e dubbioso e severo critico
di se stesso. Nel 1495 iniziò a dipingere a fresco nel Castello, che il
duca stava ampliando e abbellendo, i «camerini»: è rimasta integra la
volta della Sala delle Asse, con il fitto intrico del pergolato. Ma l'8
giugno del 1496 il lavoro s'interruppe bruscamente; da una minuta
purtroppo frammentaria si conosce la lamentela di Leonardo con il duca,
dal quale non riceveva il salario da due anni. Il dissidio comunque si
compose con la ripresa dei lavori e la donazione di una vigna all'artista
nel quartiere di san Vittore. L'episodio può inserirsi in quel rapporto
difficile e strano del duca, mecenate e signore, da una parte, e Leonardo,
artista libero nelle sue attività e tuttavia legato alla vita di corte e
ai desideri del signore, dall'altra. Nei primi anni (1483-89), dipinse per
lui le donne che aveva amato: Cecilia Gallerani, probabilmente nella Donna
con l'ermellino, oggi a Cracovia; Lucrezia Crivelli; in seguito anche la
moglie nel Ritratto di Beatrice d'Este della Pinacoteca ambrosiana. Il
problema della statua equestre, che Leonardo avrebbe dovuto realizzare per
onorare la memoria di Francesco Sforza, sembra che fosse stato affrontato
già nei primi mesi dopo il suo arrivo a Milano. Più che dalla figura del
cavaliere, egli fu attratto da quella del cavallo: e schizzò
minuziosamente i movimenti e le pose dopo averle osservate dal vero in
alcune scuderie. Il progetto era ambizioso: Leonardo avrebbe voluto
fermare il cavallo ritto sulle zampe posteriori, al momento
dell'impennata: il disegno a sanguigna nel foglio 12336 di Windsor esprime
tutto il dinamismo dell'animale. Nel frattempo affrontava anche il
problema della fusione, come si ricava anche da un altro disegno del
Codice di Madrid II. Abbandonò per qualche tempo il progetto e lo riprese
il 23 aprile 1490 quando iniziò un nuovo quaderno, il Codice C, con l'idea
del cavallo. La monumentalità dell'opera doveva essere un'impresa
difficile anche per la difficoltà della fusione. Vasari ne ricorda la
realizzazione solo in un modello di «terra» che durò fino all'entrata in
Milano dei Francesi, che lo distrussero. Così pure si smarrì un piccolo
modello in cera che era ritenuto perfetto.
Attività teatrali
Nel frattempo Leonardo fu uno dei grandi protagonisti della corte di
Ludovico il Moro. Paolo Giovio, che scrisse una breve biografia su di lui
verso il 1527, ma pubblicata solo nel 1796, lo definisce esperto di
eleganza e raffinatezze e soprattutto creatore di spettacoli teatrali.
Alcuni di questi sono documentati e datati, ma senza i disegni
preparatori. Nell'allestimento del Paradiso di Bernardo Bellincioni, in
occasione della festa del 13 gennaio 1490 per le nozze di Gian Galeazzo
Sforza e Isabella d'Aragona, è ricordato non solo come pittore sublime, un
altro Apelle, ma anche come tecnico teatrale. La gloria del Paradiso con i
sette pianeti, rappresentati da attori che giravano, doveva aver superato
in splendore gli altri aspetti della festa se ne conserviamo ancora una
precisa relazione di un testimone oculare. Come scenografo dovette
senz'altro abbagliare il suo pubblico con luci, suoni e l'arditezza del
volo simulato in scena durante la rappresentazione della Danae di
Baldassarre Taccone, l'ultimo giorno di gennaio del 1496 in casa di Giovan
Francesco Sanseverino, conte di Caiazzo, a Milano. Da una lista si
apprende che i personaggi erano impersonati da ben noti cortigiani.
Particolari e disegni teatrali completi ci sono pervenuti attraverso il
Codice Arundel, in cui Leonardo aveva progettato un sistema di
palcoscenico mobile; manca però la documentazione che sia mai stato
costruito e rimane in forse l'identificazione con la rappresentazione
dell'Orfeo del Poliziano. Fu anche animatore instancabile di feste, che
rendeva vivaci con le Profezie, indovinelli che scrisse per essere
recitati «in forma di frenesia e farnetico, d'insania di cervello», come
quello che è così presentato: «Qual è quella cosa che dalli omini è molto
desiderata e, quando si possiede, non si pò conoscere?» per significare il
dormire. Disegnò Rebus, raccontò Facezie agli amici, scrisse Favole i cui
protagonisti sono animali e piante; mentre il Bestiario, definendo i vizi
e le virtù degli animali, poteva ben servire alla composizione di figure
allegoriche assai diffuse a quel tempo.
Il Cenacolo
Nel 1495 Ludovico il Moro decise di affidare a Leonardo l'incarico di
affrescare il refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie, chiesa
cara alla famiglia Sforza. Lo scrittore Matteo Bandello, che aveva tra i
monaci uno zio, si recava spesso a vedere i lavori e ne descrive i ritmi
discontinui. Vasari racconta che il priore sollecitava spesso l'artista
perché terminasse l'opera, sembrandogli strano che stesse parecchio tempo
a meditare ozioso. Non riuscendo nell'intento, si lamentò con il Duca, il
quale lo fece chiamare. Leonardo parlò a lungo con lui della sua arte,
sostenendo che è proprio degli ingegni elevati concepire quelle idee
perfette che poi esprimono con l'attività manuale. Aggiunse che gli
mancavano da fare due teste: quella di Cristo e di Giuda, per la quale,
non trovando di meglio, avrebbe ritratto il priore tanto importuno e
indiscreto. La cosa fece ridere il Duca che gli diede ragione. Nel
dipinto, Leonardo fissa il momento successivo alle parole profetiche di
Cristo sul tradimento da parte di uno degli apostoli: stupore e
indignazione movimentano la scena al di là di una lunga tavolata su cui
l'unico ad appoggiarsi è Giuda, quasi a tradire la sacralità del convito.
L'opera si deteriorò rapidamente e fu più volte restaurata in passato. Il
restauro, iniziato nel 1979 e affidato a Pinin Barcilon Brambilla, ha
rimosso lo sporco, i fissaggi e le muffe, avvalendosi di tecniche
avanzate, che hanno evidenziato particolari sconosciuti e filmato i vari
momenti. Si sono scoperti tocchi raffinati e volti già presenti e noti
agli studiosi attraverso i disegni. Carlo Pedretti, ultimo e assiduo
curatore delle carte vinciane, ha affermato di aspettarsi grandi sorprese.
Leonardo e la scienza
Milano lo ospitò per diciotto anni e questa permanenza segnò una svolta
importante nella sua ricerca, volta agli studi matematici, fisici e
ingegneristici di cui la città conserva ancora numerose testimonianze.
Mentre partecipava alle discussioni dei letterati lombardi. Leonardo si
accorgeva che le loro dotte affermazioni e il loro sapere risultavano
tanto più ricchi quanto era loro permesso attingere alla tradizione degli
autori antichi. D'altra parte si accorgeva che il loro metodo era lontano
dalla certezza scientifica e manteneva in vita per secoli falsità e
ignoranza, mentre solo «con isperienzia ognora si possono chiaramente
conoscere e trovare». Dalla coscienza della propria superiorità
metodologica, osserva Augusto Marinoni, studioso delle carte vinciane,
scaturisce in Leonardo la decisione di scrivere un gruppo di trattati che
poggiano su basi scientifiche. Nessun libro fu mai terminato da lui,
neppure il Trattato della pittura che pure Luca Pacioli menziona,
dedicando nel 1498 a Ludovico il Moro la sua opera De divina proportione,
pubblicata nel 1509 e corredata da 60 poliedri disegnati da Leonardo, i
cui studi preparatori si ritrovano anche nel Codice atlantico, così
chiamato dal formato intero del foglio. Si deve perlopiù all'opera del suo
allievo ed esecutore testamentario Francesco Melzi la raccolta e
sistemazione dei numerosi appunti, che andarono a formare il trattato
sulla pittura. All'antica affermazione di una imitazione ignorante della
realtà, Leonardo rivaluta la pittura, difesa come scienza, perché fondata
su principi veri, basata sulla prospettiva matematica e sullo studio della
natura. Non solo: egli afferma anche che la pittura è l'arte più nobile
perché «fa con più verità le figure delle opere di natura che il poeta».
Il pittore, intento a imitare fedelmente la natura, non si deve porre
alcun limite, perché essa mostra la bellezza in ogni suo aspetto.
Scienziato, quindi, ma anche creatore: «Possiamo esser detti nipoti a
Dio»; e ancora: «La deità, ch'a la scientia del pittore, fa che la mente
del pittore si trasmutta in una similitudine di mente divina», che supera
la natura «nelle fintioni d'infinite forme d'animali et erbe, piante e
siti». Questa doppia funzione, di scienziato che osserva attentamente la
natura e di artista che la ricrea con la fantasia, è poi espressa nei suoi
dipinti. Da qui si evidenzia la differenza tra Leonardo e gli altri
pittori del Quattrocento, che pure avevano riprodotto, nei loro quadri,
fiori, piante e paesaggi, utilizzando però le forme naturali come sfondo,
mentre Leonardo le guardò con occhio da botanico. Ramo di more, Ghiande,
Stella di Betlemme, Paesaggio montano, Tempesta sopra una vallata sono
esempi pieni di fascino di copie dal vero. La necessità di consultare
testi scientifici costrinse Leonardo a studiare il latino. Ci sono
pervenuti alcuni specchietti e un glossarietto che indicano la sua volontà
di superare l'ostacolo di una lingua di cui non raggiunse però mai una
sicura conoscenza. Sotto la guida di Luca Pacioli, matematico, cercò di
chiarirsi, pur attraverso questa lingua ostica, gli elementi di geometria
euclidea, con passione e puntiglio tali, da allontanarsi persino dalla
pittura; è una nuova passione che lo condurrà poi a scrivere nel 1505 un
Libro titolato de strasformazione, cioè d'un corpo 'n un altro senza
diminuzione accrescimento di materia, forse il più organico tra gli
scritti vinciani, fondato su una visione dinamica della geometria. Come
dal punto mobile, generatore della linea che genera la superficie e a sua
volta la forma dei solidi, così le forme geometriche si trasformano: i
rettangoli in quadrati, i cubi in parallelepipedi e piramidi e viceversa.
Ma Leonardo va oltre: il moto curvilineo, «linea flexuosa, linea spiralis»
aggiunge alla vivacità dell'atto una fluidità graduata, requisito della
grazia; la verità e la bellezza si fondono così insieme. E la «notte di
sant'Andrea» del 1504 raggiunge «il fine della quadrature del cerchio»: in
un milionesimo di circonferenza la differenza tra l?arco e la sua corda
sarà una «grandezza vicina al punto matematico», cioè, come diremmo oggi,
e tende a zero, principio del calcolo infinitesimale.
La figura umana
Il 2 aprile 1489 Leonardo iniziò il libro intitolato De figura umana : è
quindi il primo tema trattato dall'artista in relazione all'attività
pittorica; il pittore deve, secondo lui, conoscere «la notomia di nervi,
ossa, muscoli e lacerti». Com'è noto, fu egli stesso attivo anatomista
secondo il procedimento di studio ricordato da Carlo Pedretti: prima la
prospettiva e poi disegnare da figure (fatte da buoni maestri per
assuefarsi a bone membra) e infine disegnare dal vero. Il modello
condiziona la riuscita del dipinto. «E se questo modello non mostrassi
bene i muscoli dentro ai termini delle membra, non monta niente». Da
atteggiamenti simili negli animali e nell'uomo, Leonardo passa a concepire
l'uomo dotato di intelligenza razionale, l'unico strumento che può
riscattare un'esistenza altrimenti ferina. La sapienza è raggiunta
attraverso l'esperienza e forse per questo motivo l'uomo leonardesco si
identifica nell'uomo maturo che alla bellezza fisica unisce l'esperienza
intellettuale; ne è un esempio l' Uomo Vitruviano. Ma in natura esiste
anche la bruttezza e la bizzarria fisica: le Figure grottesche, che a
lungo furono scambiate per caricature, descrivono invece la degenerazione
fisica che accompagna la vecchiaia. Alla concezione quattrocentesca
dell'uomo come misura di tutte le cose, corrisponde un interesse per lo
studio delle proporzioni che portò Leonardo a conoscere l'interno e
scoprire il funzionamento della macchina-uomo. La maggior parte dei
disegni anatomici è conservata a Windsor; essi sono databili variamente
dal 1489 al 1513. Commozione e stupore destano ancora oggi il disegno del
Feto umano nell'utero; in tutto circa 600 disegni, che illustrano gli
apparati e i sistemi dell'anatomia dell'uomo, che egli aveva cominciato a
raccogliere prima della partenza per Milano, come testimonia il materiale
che portava con sé al momento di lasciare Firenze.
Scienza e tecnica
Attratto dal dinamismo dei corpi nello spazio e nel tempo, Leonardo tentò
di definire la forza: «Forza dico essere una virtù spirituale, una
potenzia invisibile la quale per accidentale violenza è causata dal moto e
collocata e infusa nei corpi». Ogni tipo di movimento affascinò l'artista:
l'acqua, i venti, il volo degli uccelli furono studiali anche nelle loro
cause. Così l'acqua, oltre a essere paragonata al corpo umano, gli diede
lo spunto per immaginare barche a pale, meccanismi a manovella e pale per
la propulsione di natanti fino a programmare un'attività sott'acqua a
opera di un palombaro che respira attraverso tubi tenuti fuor d'acqua da
un galleggiante a forma di campana. Lo scafandro con un contenitore
metallico destinato ad accogliere un otre con la riserva d'aria e le
apparecchiature per camminare sott'acqua con scarpe e racchette
galleggianti anticipano nei disegni e nella scrittura speculare
leonardesca progetti già intuiti anche prima di lui ma realizzati sulle
sue precise osservazioni. Il volo degli uccelli, che sembra liberasse
dalle loro gabbie già nei primi anni a Firenze per studiarli meglio, gli
fece intuire la possibilità per l'uomo di volare: ali meccaniche,
combinando la forza delle braccia e delle gambe, macchine ad ali per
l'uomo sono anticipazioni delle macchine moderne. La canalizzazione delle
acque dei Navigli, cui era stata data particolare cura nel Milanese da
parte delle autorità e delle persone competenti, lo avviarono a studi per
risolvere alcuni problemi di ordine tecnico quali le chiuse, o la
ristrutturazione di tutta una zona come quella della Sforzesca, vicino a
Vigevano, dove Ludovico il Moro aveva deciso di iniziare la coltura del
riso.
Architetto e urbanista
Quando Leonardo giunse a Milano, in città fervevano i lavori in vari
cantieri; così la povera gente poteva guadagnarsi mezza lira una razione
di vino e talvolta anche di pane al giorno. Per il Duomo, Leonardo fu
chiamato nel 1487 a dare un parere per la costruzione del tiburio.
Intervenne con una lettera appassionata ai fabbriceri perché eleggessero
un «medico architetto al malato domo», dopo aver studiato il mezzo per
irrobustire i piloni e impiegare archi capaci di sostenere le spinte
laterali. Presentò anche un modello in legno che poi ritirò; il Codice
trivulziano ne raccoglie i numerosi schizzi. Questi studi lo portarono ad
analizzare le chiese a pianta centrale. I riferimenti culturali sono
evidenti: Vitruvio e Leon Battista Alberti; mentre si evidenzia uno
scambio di esperienze con Bramante, che lavorava per abbellire e terminare
la chiesa di Santa Maria delle Grazie; il progetto realizzato in seguito
da Bramante per la fabbrica di San Pietro a Roma ricorderà in modo
straordinario i progetti di Leonardo, che però rimasero tutti allo stadio
di disegni senza che ne seguisse la realizzazione. Luigi Firpo, che ha
studiato Leonardo (1963) sotto questo profilo, ha tentato di rimuovere
l'accusa di utopismo visionario di alcuni interpreti, in nome di uno
studio minuzioso di carpenterie, ponteggi, travi, centine, coperture di
tetti, conche, canali e ponti, che non si dissocia mai da un ideale di
conoscenza simultanea e totale. Egli è un teorico che si accompagna a
interessi tecnici e operativi, ma non si allontana mai dalla ricerca
d'arte. L'assoluto realismo dei progetti ne garantisce la capacità
professionale. Le concezioni più suggestive di Leonardo sono di
urbanistica, adunate nel Manoscritto B dell'lstituto di Francia, riletto
ultimamente da Eugenio Garin (La città di Leonardo, 1971), che ha saputo
superare le contrastanti opinioni di coloro che hanno sempre voluto
leggere Leonardo solo in chiave utopistica senza far emergere le
fondamentali esperienze concrete. Della città di Milano Leonardo ebbe
un'impressione sgradevole se nel Codice atlantico esprime il proprio
disgusto per gli uomini che vi si affollano «a modo di torme di capre»,
abbandonata la vita solitaria e contemplativa, mettendosi «infra i popoli
pieni d'infiniti mali», come la pietra della favola, calpestata e coperta
di fango e di sterco, che ha lasciato la compagnia di erbe e di fiori. Da
qui il desiderio e il progetto di una città spaziosa e luminosa, con i
canali d'acqua che servono da mezzi di comunicazione, di irrigazione, di
igiene e di inserimento nella vita e nel ritmo della natura. La città di
Leonardo è pensata in corrispondenza fra uomo e mondo: schema
antropomorfico e immagine cosmica esprimono l'adesione alla vita e ai
bisogni dell'uomo e le strutture del corpo umano. È costruita su due piani
diversi: le strade alte «solamente per li gentili omini»; le strade basse
per «i carri e altre some a l'uso e comodità del popolo». Fiumi e canali
separano la zona dei signori da quella del popolo, con una netta
distinzione, dovuta al clima lombardo ancora feudale, come sottolinea
Corrado Maltese nel suo saggio Il pensiero architettonico e urbanistico di
Leonardo ( 1954). Una città comunque completamente nuova: risanata, con
strade e cortili spaziosi, acque correnti, zone rurali e dimore signorili,
concezione forse non del tutto aliena dallo spirito signorile di Leonardo,
che contempla la natura per spiegare la vita del mondo e la sua, nella
piena e sempre rinnovata consapevolezza della irresistibile compagine in
cui tutto il mondo vive e si trasforma. Come la storia delle conchiglie
marine, che «ci testificano la mutazione della terra intorno al centro de'
nostri elementi». Esse ora sono diventati fossili «ricoperti di tempo in
tempo dalli fanghi di varie grossezze, condotti al mare dalli fiumi con
diluvi di diverse grandezze»; prima le conchiglie, «li nichi», stavano sul
fondo marino, ma «ora questi tali fondi sono in tanta altezza, che son
fatti colli o alti monti». E le conchiglie son diventate fossili; nel
divenire del tempo «quello che è detto niente si ritrova nel tempo e nelle
parole. Nel tempo si trova infra 'I preterito e 'I futuro, e nulla ritiene
del presente, e così infra le parole che si dicano che non sono, o che
sono impossibile». Non esiste il nulla che è «privazione dell'essere»,
conclude la meditazione metafisica di Leonardo, che si accompagna alle
riflessioni più profonde insieme alle osservazioni più particolari.
Gli ultimi anni
L'ultimo mese dell'anno 1499 e del secolo Leonardo preferì andarsene da
Milano piuttosto che restare dove i Francesi avevano seminato brutture e
devastazioni facendo prigioniero il Duca: «Il Duca ha perso lo Stato, la
roba e la libertà», è il suo essenziale commento. Se ne andò con i suoi
allievi e Luca Pacioli verso Venezia, dove sperava poter svolgere qualche
attività. Si fermò a Vaprio d'Adda, nella casa dei Melzi, e a Mantova,
dove la duchessa Isabella d'Este avrebbe voluto trattenerlo. Ma il
soggiorno a Venezia fu di breve durata, ed egli ritornò a Firenze carico
di esperienze e di fama, tanto che gli fu offerta subito una commissione:
la Sant'Anna con la Madonna, il Bambino e san Giovannino, per la quale
preparò in fretta il cartone, esposto nel 1501 e ammirato da tutti. Lasciò
Firenze per impegnarsi come architetto e ingegnere generale sotto Cesare
Borgia, detto il Valentino, signore di Romagna, figlio di papa Alessandro
VI. Ma già nel marzo 1503 era di ritorno a Firenze. I tre anni successivi
furono molto intensi e proficui. Riprese i vari studi iniziati a Milano e
dipinse nella Gioconda il ritratto di Lisa del Giocondo, moglie di un
borghese fiorentino, che sintetizza le concezioni leonardesche sull'arte,
la bellezza e il mondo. Freud spiega che il suo sorriso seducente ed
enigmatico sia dovuto al risveglio, in Leonardo ormai maturo, del ricordo
della madre dei suoi primi anni. La tecnica dello sfumato, in cui il
contorno è irreale e invisibile, gli permette di ritrarre la donna su cui
si riflettono i colori delle acque e degli alberi dello sfondo. La figura
umana è immersa nell'atmosfera: Leonardo realizza la sua visione dell'uomo
inserito nell'universo della natura e l'elemento d'unione è l'ombra, che
non è nera ma azzurra; tecnica di un artista ormai padrone di sé, che ha
stabilito due punti di osservazione: uno per la figura, che è vista dal
basso; l'altro per il paesaggio, visto dall'alto. Vasari narra che
Leonardo, mentre ritraeva Monna Lisa, la divertisse con canti, musiche e
facezie di buffoni. Di altri dipinti non rimane traccia sicura, neppure
della Battaglia di Anghiari, che avrebbe dovuto decorare la Sala del
Consiglio di Palazzo Vecchio. Il 9 luglio 1504 morì il padre, ser Piero,
all'età di 80 anni, lasciando 10 figli maschi e 2 femmine. Sorsero
contrasti per l'eredità e Leonardo accolse l'invito del governatore
francese Carlo d'Amboise a recarsi a Milano, dove rivide gli amici e
ritrovò quel clima di lavoro che gli permise di dedicarsi ancora
all'anatomia, alla canalizzazione delle acque, agli studi per la statua
equestre in onore di Gian Giacomo Trivulzio, capitano dei Francesi alla
conquista di Milano. Ritornò a Firenze, si recò a Roma e di nuovo a
Firenze, dove preparò un leone automatico per accogliere Francesco I re di
Francia, che lo invitò alla sua corte. Leonardo si rimise in viaggio con
l'allievo prediletto, Francesco Melzi, per raggiungerla nel 1516, e fu
nominato «primo pittore, architetto e ingegnere del re». Trascorse gli
ultimi anni studiando, annotando e disegnando.
Testo a cura di:
Tribenet - La Tribù
italiana dell'Arte |
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