| |
Figlio di Pellegrino e di Bernardina
Piazzoli detta Degli Aromani, di cultura modesta ma economicamente
benestanti, tra l'altro proprietari della casa in cui vivono, sposa
Girolama Merlini, che muore giovane, nel 1529, sette anni dopo la nascita
del loro unico figlio, Pomponio. Studia arte dapprima nell'ambito
familiare, presso uno zio e un cugino, quindi nella Mantova dominata dalla
personalità del Mantegna. È comunque in contatto con le principali
correnti della cultura figurativa del suo tempo. Il suo cammino artistico
viene solitamente suddiviso dagli studiosi in tre periodi: quello dei
dipinti giovanili su temi e forme tradizionali dell'Emilia e del Mantegna;
quello delle opere cosiddette di ricerca personale tra il 1513 e il 1518,
prima del viaggio a Parma; e, infine, quello dei cicli trionfali di Parma,
compimento dello sviluppo della sua personalità con il passaggio alla
decorazione monumentale (dopo il 1518).
Gli affreschi della Camera della Badessa
Tra le sue prime opere ricordiamo gli affreschi in Sant'Andrea a Mantova e
alcuni dipinti come Madonna con bambino e angeli (Firenze, Uffizi) e
Natività (Milano, Brera): con quest'ultima dimostra di aver assimilato la
lezione leonardesca del chiaroscuro elaborando soluzioni personali che
influenzeranno le scuole successive. L'opera è dapprima dominata dalla
figura del pastore che ha appena avuto la visione degli spazi celesti
spalancati con gli angeli che cantano: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli».
Per contrapposizione la stalla, in basso, è oscura, rischiarata solo al
centro dal Bambino appena nato che irradia luce tutt'intorno, illuminando
anche il volto bellissimo della madre felice. Ecco due servette, una
abbagliata dalla luce che proviene dalla mangiatoia trasformata in culla e
l'altra intenta a osservare il pastore. Intanto san Giuseppe,
nell'oscurità fitta dello sfondo, rigoverna l'asino. Correggio, tra il
1514 e il 1515, realizza la pala della Madonna di San Francesco (Dresda,
Staatliche Gemaeldegalerie) quindi compie un viaggio a Roma ammirando la
magnificenza delle Stanze Vaticane e della Cappella Sistina. Viene
chiamato a Parma, per suggerimento di Scipione Montino della Rosa, da una
nobile piacentina, Giovanna Piacenza, badessa del monastero di San Paolo.
Riceve l'incarico di decorare la camera in cui la badessa accoglie
abitualmente le rappresentanti dell'aristocrazia cittadina intrattenendole
in alati conversari, in dotte disquisizioni religiose. Correggio trasforma
la volta della Camera della Badessa in un padiglione a tralicci, con
fronde e ghirlande di frutti, sostenuto da un fregio e da un giro di
lunette con figurazioni mitologiche monocrome dentro delle nicchie. Le
finte sculture sono animate da luci argentee come se le figure prendessero
vita. L'artista si ispira al mito di Diana-Artemide, dea della caccia, ma
anche protettrice delle vergini e della castità. Veramente memorabile è la
raffigurazione della dea sul carro trainato da cervi veloci, che torna
alla sua dimora dopo una battuta di caccia. L'antica favola della
bellissima fanciulla e delle sue ninfe trova qui una seconda giovinezza.
Di questo ciclo, la cui grandezza non viene subito intesa appieno, si
scriverà che «è uno dei più violenti trapassi tra il vecchio e il nuovo
mai veduti in arte».
Le opere della maturità
Durante le pause tra i viaggi e le commissioni il maestro torna volentieri
nella terra natale. Ama la campagna e vi investe quasi tutti i guadagni.
Per uno dei suoi dipinti più belli, La Madonna di San Girolamo, accetta a
completamento dei pagamenti una partita di maiali e di fascine di legna.
Dopo i quadri del periodo di transizione come La Madonna Campori (ora
custodito nella Galleria Estense di Modena), come Madonna col Bambino e
San Giovannino (Madrid, Prado) e Zingarella (Napoli, Pinacoteca di
Capodimonte), ecco la serie della maturazione, ricchezza di colori e
raffinata armonia di composizione: Sposalizio mistico di Santa Caterina
(Parigi, Louvre); Madonna di San Sebastiano (Dresda, Staatliche
Gemaeldegalerie), Ecce Homo (Londra, National Gallery), Martirio dei Santi
Flavia e Placido (Parma, Galleria nazionale). Nel 1520 è di nuovo chiamato
a Parma, stavolta per decorare l'abside (che sarà abbattuta nel 1587) e la
cupola di San Giovanni Evangelista con Ascensione di Cristo. I lavori per
questa commissione durano un triennio. Alla fine si grida al miracolo.
Intanto, la cupola è stata affrescata non più suddivisa in tanti
scompartimenti, come usava a quei tempi, ma mediante un'unica
composizione. Inoltre, le figure, per il senso audace dello scorcio e del
loro moto vorticoso, raggiungono un effetto molto singolare di prospettiva
aerea. Correggio sarà imitato nei secoli successivi per la sua tecnica
intesa a dare ai fedeli, raccolti nella navata sottostante, l'illusione
che la cupola si fosse spalancata sulla visione della gloria dei cieli. La
padronanza degli effetti di luce gli consente di riempire la volta di nubi
illuminate dal sole e fra le quali paiono librarsi stuoli celesti, con le
gambe penzoloni. La figura di Cristo sembra quasi risucchiata nel vuoto.
Per usare un'espressione moderna: «pedala nel vuoto», cioè partecipa con
lo scorcio delle gambe (ma anche delle braccia) al moto e alla prospettiva
delle figure in basso, con la veste chiara svolazzante nella luminosità
delle nubi e del cielo. Intanto stende il contratto per la decorazione
pittorica della cupola del duomo, sempre a Parma, sul tema Assunzione
della Vergine. È la prima risposta del mondo cattolico latino ai fermenti
della Riforma, che con Lutero e Calvino esige tra l'altro l'abolizione del
culto della Madonna. Chiede e ottiene un compenso di mille ducati d'oro.
Il contratto viene firmato con grande solennità e alla presenza di molti
testimoni, tanta era la convinzione che ne sarebbe scaturito una sorta di
prodigio pittorico. I diametri dell'opera nel suo complesso sono di metri
10,93 e 11,55. Si tratta in sostanza di affrescare una superficie pari a
circa 250 metri quadrati. I lavori iniziano effettivamente nel 1526 e si
concludono nel 1530, date entro le quali risultano effettuati, secondo
documenti giunti sino a noi, i pagamenti previsti. Il maestro riprende qui
l'impianto compositivo già messo a fuoco per affrescare la cupola della
chiesa di San Giovanni Evangelista moltiplicandolo e complicandolo. Dopo
aver aumentato, dando loro la forma di grandi conchiglie, la cavità e lo
slancio dei pennacchi (strutture portanti della cupola), nasconde gli
spigoli del tamburo ottagonale dietro grandi figure dipinte di scorcio.
Figure che hanno le vesti agitate dal vento: l'insieme dà la sensazione di
una rotazione sempre più rapida dei giri alternati di figure e di nuvole.
Tra queste nubi i personaggi sembrano letteralmente nuotare muovendo con
forza le gambe e le braccia. Un altro accorgimento consiste
nell'accentuare il chiaroscuro sfumato dei corpi la cui sostanza viene a
imparentarsi con quella soffice e luminosissima delle nuvole. Insomma, se
Raffaello e Michelangelo contengono le figure e lo spazio entro precisi
ordini architettonici, il Correggio rovescia qui l'ideologia del tempo:
inventa cioè uno spazio dominato dalla luce e dal movimento, dipingendo
per primo non solo le figure ma l'aria che si interpone tra queste e
l'occhio.
Il commento ammirato del grande Tiziano
Correggio ha l'audacia e la personalità del precursore, la cui influenza è
destinata a durare a lungo nel tempo (il barocco, per esempio, guarderà
più a lui che a Raffaello). «Mai in nessun tempo è stato rilevato» e «in
nessun paese la pittura aveva raggiunto altrettanti movimento, varietà e
coraggio d'atteggiamenti». Ma non tutti comprendono, non subito. Un
canonico del duomo riferendosi alla danza frenetica degli angeli che la
luce del paradiso sembra strappare verso gli abissi celesti la paragona a
un disgustoso «brodetto di rane». Eppure il contemporaneo Tiziano passando
per Parma al seguito dell'imperatore Carlo V dopo aver ammirato la volta
dice ai cittadini che lamentano il prezzo pagato: «Rovesciate la cupola,
riempitela d'oro e non sarà pagata abbastanza». Mentre all'incirca due
secoli e mezzo più tardi il famoso tipografo-editore Giambattista Bodoni
propone questa immagine: «Il Correggio cammina a grandi passi sull'orlo
del precipizio, senza tema di sdrucciolare e di cadere».
Come attirare l?attenzione dello spettatore
Nella parte finale della sua non lunga esistenza il Correggio continua
anche la pittura di cavalletto. Accanto a soggetti religiosi come La
Madonna di San Giorgio (Dresda, Pinacoteca) dipinge per il duca Federico
Gonzaga di Mantova la famosa serie mitologica dedicata agli amori di
Giove: Antiope (Parigi, Louvre); Ganimede, Io (Vienna, Kunsthistorisches
Museum); Danae (Roma, Galleria Borghese); Leda (Berlino, Staatliche Museun).Il
nucleo principale dei quadri religiosi e dei dipinti mitologici appartiene
allo stesso periodo delle due cupole. E come nelle due cupole, ma con
tecnica ancora più elaborata, il maestro cerca di attirare l'attenzione
dello spettatore «trasportandolo» nello spazio pittorico: facendo
affiorare al piano-limite figure che poi sfuggono con rapido scorcio verso
l'interno in uno spazio reso come sdrucciolevole dalle prospettive rapide,
dall'atmosfera morbida dello sfumato, dai colori cangianti. Dall'interno
proviene anche il sentimento, l'amore, impulso degli uomini verso gli
altri uomini o verso Dio (non c'è confine tra i due tipi di amore). Un
concetto, questo, che ha le sue origini nelle teorie leonardesche (i moti
del corpo in relazione e sintonia con i moti della mente) e che sarà
sviluppato in epoca barocca soprattutto dal Bernini. Il Correggio fa
appena in tempo a esprimersi compiutamente, a concludere il messaggio
antesignano della sua magica pittura. Nel 1534, quando ha soltanto 45
anni, rimane vittima di una disavventura che il Vasari collega
maliziosamente alla sua avarizia. Dunque: il maestro riceve in Parma un
sacco di monete in pagamento di un'opera e subito si affretta al paese
dove lo attendono delle scadenze economiche. A piedi, carico, sotto il
solleone. Strada facendo, accaldato, si ferma più volte alla fontana in
cerca di ristoro. Giunto a casa, viene colto da una febbre violenta e si
mette a letto con il corpo squassato dai brividi. Non si riprenderà più.
Spira nel volgere di pochi giorni dopo aver raccomandato Pomponio, il suo
unico figlio, agli anziani genitori. Le cronache riferiscono di funerali
piuttosto miseri avvenuti il giorno 6 del mese di marzo e della sepoltura
nella chiesa di San Francesco. Ma della sua salma i posteri non troveranno
traccia alcuna.
Testo a cura di:
Tribenet - La Tribù
italiana dell'Arte |
|