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Canaletto
si formò alla bottega del
padre,
dove
collaborò
alla
creazione
di
scenografie teatrali. Ma presto iniziò a dipingere vedute
raffiguranti paesaggi urbani, che furono principalmente quelli della sua
città
natale.
In questo nuovo genere di pittura, il cui rappresentante era a
quei tempi a Roma Pannini (1691 ca - 1765), e il cui lontano precursore
era stato, a Venezia, Gentile Bellini, si cimentavano anche Luca
Carlevarjis (1655-1731) e un temibile rivale: Francesco Guardi. È
facile contrapporre la fantasia, la sensibilità, il tocco vibrante di
Guardi all'impassibile visione di Canaletto, alla sua abilità
meticolosa e volontariamente impersonale. Una prospettiva rigorosa, la
cui perfezione tradisce l'impiego della camera oscura, ordina lo
spettacolo veneziano dei canali e
dei
palazzi,
cui
l'ambientazione luminosa conferisce un tono di poesia soffusa. I
contrasti chiaroscurali, che segnano la successione dei
piani,
e
le
numerose piccole figure, talvolta raccolte con il pretesto di
qualche festa, animano la composizione e danno un'idea della dimensione
degli edifici. Il successo consentì a Canaletto di assicurarsi la
collaborazione di una bottega, come è possibile notare da numerose sue
opere. Alcune vedute tuttavia appaiono più personali, come per esempio
Chiesa della Carità dal laboratorio dei marmi di San Vitale,
considerata il suo capolavoro (National Gallery, Londra).
All'inizio
italiana, la clientela di Canaletto fu poi essenzialmente inglese.
Il console John Smith fu il suo «impresario» presso i
collezionisti interessati alle vedute veneziane, spesso come ricordo di
un viaggio. L'artista
ebbe rapporti ancor
più
stretti
con
l'Inghilterra,
dopo avervi soggiornato a lungo per tre volte, nel periodo tra il
1746 e il 1755. Rappresentò la campagna inglese con la stessa
minuziosità e il senso dello spazio dimostrati a Venezia; seppe
rendere, con
l'impasto trasparente dei colori, la luminosità diffusa dei
paesaggi. Dipinse
anche vedute di Londra, di Oxford, di Cambridge, di Windsor, ecc., che
si trovano in numerose collezioni inglesi. Canaletto praticò l'arte del
capriccio, dipingendo insiemi
architettonici
compositi
o immaginari. È curioso constatare che proprio un quadro
realizzato secondo questo genere
pittorico,
e
non
una
veduta
realista,
gli consentì, nel 1763, di entrare a far parte dell'accademia di
pittura della sua città natale. Canaletto eseguì anche alcuni disegni
a penna, molto luminosi
che
sono
serviti
come
studio
per
i
dipinti.
Le acqueforti, che costituiscono una raccolta di vedute di
Venezia e dintorni, commissionategli da John Smith, rivelano, più di
ogni
altra opera, la sensibilità dell'artista. Una Venezia
scenografica e affascinante, riflessa nell'acqua che si muove di
continuo dando
alla città una sensazione di perenne movimento e che, durante il
Settecento attirava viaggiatori da ogni parte d'Europa desiderosi di
ammirare le vestigia del passato e di portare con sé
ricordi
di
quanto
avevano veduto. Già gli artisti italiani dell'epoca erano famosi
all'estero per la loro abilità quali decoratori di interni, per gli
stucchi e
gli affreschi capaci di trasformare qualunque salone in un
ambiente fastoso.
A Venezia,
in
particolare,
sorse
una
scuola
di
pittura proprio per accontentare le richieste dei visitatori
stranieri. Canaletto,
in questo ambito, ebbe il
grande
merito
di
inserire
il «vedutismo» veneziano nel cuore della cultura illuministica,
della ragione che trionfa sul secolo delle ciprie e delle parrucche.
Dopo il periodo giovanile del chiaroscuro elaborò una pittura che si
basava da un lato sul colore dalle tonalità più diverse, comunque già
cariche di luce, e dall'altro sull'uso della prospettiva quale elemento
scientificamente semplificatore. Usò la prospettiva non per creare
un'immagine che si allontana bensì un'immagine
che
si
avvicina.
Il punto di fuga all'orizzonte non respinge nel mare della
distanza i palazzi e i canali, il paesaggio,
ma
sembra
sospingerli
verso
chi guarda, in primo piano. Questa intuizione raggiunse il
massimo dell'efficacia con le vedute inglesi, che per lungo tempo
sono
state considerate inferiori alle vedute veneziane: la critica più
recente ha invece ribaltato la valutazione, almeno per quanto riguarda
la tecnica pittorica. Certo, il fascino di Canaletto, il suo nome e la
sua opera sono indissolubilmente legati alla città natale, al punto
da
potersi chiedere se egli sarebbe stato altrettanto grande qualora
non avesse mai potuto conoscere Venezia.
La
superba
e
prospera
Venezia,
che infiniti traffici legavano all'Oriente, era stata a suo tempo
più lenta degli altri centri italiani ad accettare lo stile
rinascimentale e l'applicazione
brunelleschiana delle
forme
classiche
restituite all'architettura. Ma, una volta accettata la nuova
moda e il nuovo stile, vi aggiunge di suo una gaiezza
e
un
calore
che
evocano
la grandiosità delle famose città mercantili del periodo
ellenistico da Alessandria ad Antiochia.
Mentre
l'atmosfera
lagunare,
che
sembra sfumare i contorni troppo netti delle cose e fondere il
loro colore in una luminosità diffusa, insegna ai pittori veneziani a
usare il colore forse con maggiore consapevolezza e attenzione di quanto
avessero mai fatto in passato i pittori sia nel resto dell'Italia
sia
all'estero. Canaletto
approfondisce le ricerche sulla prospettiva dando nuove dimensioni e
possibilità al genere paesaggistico.
Egli
non
inventa, piuttosto risolve il problema con accenti molto
personali. Prima di lui il già citato Carlevarijs, figlio di un
matematico,
nel
dilemma tra veduta esatta e veduta di fantasia aveva rifiutato di
usare la prospettiva solo come mezzo di illusione spaziale. Canaletto
ordinò
e approfondì, conservando un primato di rigore anche nella
considerazione dei contemporanei, che sotto questo profilo lo
preferirono al grandissimo virtuoso Francesco Guardi (1712-93). Suo
nipote, Bernardo Bellotto, chiamato anch'egli il Canaletto,
(Venezia, 1720 - Varsavia, 1780), fu suo discepolo ma ben presto
si allontanò dallo stile dello zio, come è
dimostrato
dallo
stile
delle
vedute dell'Italia settentrionale. Sviluppò la sua arte lontana
dalla patria, presso le corti dell'Europa centrale. Dal 1747 fino alla
morte lavorò a Dresda, a Vienna, a Monaco e infine si stabilì a
Varsavia
a servizio del re di Polonia. Nelle vedute di queste città,
generalmente di grande formato, l'esigenza di precisione è spinta
all'estremo come in Canaletto, e i
magnifici
ordini dell'architettura
barocca
sono rappresentati, come le folle che li animano, con tale
profusione di dettagli da
dare
l'illusione
della
realtà.
L'aspetto
vetrificato dell'impasto è caratteristico di Bellotto, come la
luce fredda, che evoca a meraviglia quella dell'Europa centrale.
Testo a cura di:
Tribenet - La Tribù
italiana dell'Arte |
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