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Una nuova sensibilità artistica
Artista del primo Rinascimento, contemporaneo di Donatello, Fra Angelico
(Fra Giovanni da Fiesole, detto il Beato, al secolo Guidolino di Pietro)
compone le sue prime opere conosciute intorno all'epoca della morte di
Masaccio. In questo periodo, la pittura fiorentina sta attraversando un
momento di smarrimento: nessuno stile si è infatti ancora ben definito e
imposto. Nel 1436, appare il trattato di L. B. Alberti, Della pittura, che
rappresenta un elogio dell'ispirazione pittorica, fertile nei particolari,
che si contrappone all'arte monumentale di Masaccio. Il grande
rappresentante di questo nuovo gusto deve essere considerato appunto Beato
Angelico; la sua formazione di miniaturista lo orienta subito verso quella
maniera soave e cortese caratteristica dello stile gotico internazionale.
I suoi inizi sono oscuri; comincia a dipingere piuttosto tardi; la sua
figura ci è stata tramandata circonfusa da un alone di mistica leggenda
che Vasari non ha certo contribuito a dissipare. Domenicano al convento di
Fiesole, di cui è priore nel periodo compreso tra il 1449 e il 1452, era
stato interpellato da papa Nicola V per una nomina all'arcivescovado di
Firenze. A ogni modo, Beato Angelico deve essere ricondotto a quell'ambiente
intellettuale cui, intorno alla metà del Quattrocento, facevano capo i
differenti nuclei di ricerca fiorentini.
Monaco domenicano, tomista, il suo programma pittorico risente di taluni
aspetti propagandistici: suo intento è infatti quello di riuscire a
conciliare tra loro umanesimo e religione, che gli attacchi degli
Osservanti, agli esordi del XV secolo, tendevano a separare; e di mettere
a profitto dell'arte antica i risultati delle nuove ricerche, al fine di
elaborare un umanesimo cristiano, il cui realismo potesse assurgere a
dimensioni poetiche. Lo scarso seguito, presso i Fiorentini, dei
rappresentanti della grande linea innovatrice (Donatello e Masaccio),
consente all'«elegante classicismo medievale» di aprirsi la strada
attraverso personalità come la sua o quella di Ghiberti. I due hanno in
comune un medesimo gusto per i rapporti armoniosi che si stabiliscono tra
gli esseri e lo spazio, tra le forme avvolte e le forme avvolgenti.
Per loro, la prospettiva si rivela in modo empirico, non è mai un elemento
stabilito a priori. In Incoronazione di Maria (1434-35 ca, Louvre), la
composizione si svolge su un piano verticale e conserva il gusto per i
particolari pittorici e il riverbero dei colori dello spirito gotico; la
rappresentazione dei paesaggi paradisiaci nella tavola è invece il frutto
dell'influenza esercitata dall'arte dei miniaturisti. Questa tradizione
pittorica che, passando attraverso Gentile da Fabriano (1370 c.ca-1427) e
Lorenzo Monaco (1370 ca - dopo il 1422), riconduce Simone Martini a Beato
Angelico, ricerca nella creazione di un universo di leggenda un mezzo
onirico in grado di eludere le grandi questioni teologiche che hanno
scosso il Medioevo.
Il grande merito di Beato Angelico è stato quello di non essersi costretto
nei limiti della suddetta tradizione, e di aver saputo adattare la propria
arte alle nuove scoperte; merito tanto più grande, in quanto non si tratta
di una semplice evoluzione, bensì di un cambiamento radicale che chiama in
causa non soltanto la produzione artistica di un'epoca, ma anche i
fondamenti stessi della mentalità nuova, che faceva la sua comparsa
all'alba dei tempi moderni. La conversione allo spirito umanista implica
la convinzione che la verità, che fino ad allora era «rivelata», sia ora
costruita dall'uomo con le sole proprie forze.
Il contrasto è illustrato nella Crocifissione del convento di San Marco
(1440); Cristo si trova circondato da due gruppi, quello delle pie donne e
quello dei dottori: si può arrivare a Dio percorrendo due vie, quella del
cuore e quella della scienza. L'origine diretta di questo nuovo
orientamento è riscontrabile negli affreschi di Masaccio, a Santa Maria
del Carmine di Firenze (1425).
Nel convento di San Marco, ricostruito da Michelozzo tra il 1436 e il
1452, il susseguirsi degli affreschi (eseguiti intorno al 1437-45)
illustra, di cella in cella, episodi della vita di Gesù Cristo; lo stile
spoglio e il carattere austero discendono in linea diretta dall'arte di
Giotto; mentre i corpi si impongono ora secondo un modello che rievoca
alla mente certa scultura francese del XIII secolo.
Le ultime opere realizzate a San Marco precisano il senso nuovo che Beato
Angelico conferiva ormai alla propria arte; in una figura come quella del
Cristo oltraggiato, quel gusto un po' limitato per i particolari, come per
esempio le piccole pieghe strette degli indumenti, cede a uno stile più
ampio: le grandi pieghe del vestito di Cristo si distendono generosamente
verso terra. Quando, nel 1447, è chiamato a Orvieto per eseguirvi, sulle
volte della cattedrale, una scena del giudizio universale, è ormai un
artista nel pieno possesso dei propri mezzi; la figura di Cristo è
caratteristica di questa ultima tappa della sua carriera di pittore,
segnata da due soggiorni a Roma. Durante il secondo, che fu di breve
durata, lo colse la morte.
È stato dunque molto probabilmente nel corso del primo (1447-49 c.ca), che
Beato Angelico compose in Vaticano due gruppi di affreschi, uno solo dei
quali, quello dell'oratorio di Nicola V, è pervenuto fino a noi: sui muri
sono raffigurate scene della vita di Santo Stefano e di San Lorenzo; la
volta è invece riservata agli evangelisti e le colonnine d'angolo ai
dottori della Chiesa. La vita dei santi si svolge in un quadro di
architettura arcaicizzante, le prospettive si aprono su paesaggi descritti
fedelmente, mentre l'ombra proiettata dai personaggi li integra
definitivamente nello spazio. L'ispirazione di questa arte non è più
Giotto, bensì il suo grande contemporaneo romano, Pietro Cavallini (1250
c.ca - 1340 ca).
Tutte queste ricerche pittoriche, oltre alla sua curiosità naturale nei
riguardi delle realizzazioni più recenti nel campo dell'arte, e al suo
stesso fondamento dottrinale, che si avverte nelle sue opere, ben lo
collocano nell'ambiente intellettuale fiorentino del Quattrocento,
nell'ambito del quale si riscoprono Platone e i filosofi dell'Antichità e
la prospettiva dà luogo a costruzioni dello spirito che, in nome della
realtà matematica, potrebbero correre il rischio di perdere di vista il
senso dell'umano più semplice e più diretto. In quest'ultimo senso,
tuttavia, Beato Angelico si allontana dai suoi contemporanei componendo
tra loro gusto gotico e sensibilità nuova, poesia e realismo, insomma due
epoche e due stili, per elaborare una «summa», trovare un punto di fusione
a partire dal quale sarà possibile il sorgere e lo svilupparsi dell'età
d'oro del secondo Rinascimento.
Testo a cura di:
Tribenet - La Tribù
italiana dell'Arte |
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