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La storia...
Le prime
civiltà di cui si ha testimonianza sul territorio italiano sono quelle
delle terramare (1500 a.C.) e quella Villanoviana (1000 a.C.) che
si sviluppano nell'area della valle padana. Ai diversi popoli presenti sul
resto del territorio italiano si aggiungono, tra il 900 e il 700 a.C.,
nuovi gruppi provenienti anche dal mare; dalla loro fusione con gli
antichi abitatori si determina, verso la fine dell'VIII secolo a.C. una
grande civiltà: la civiltà etrusca. L'area occupata dagli Etruschi è
quella compresa tra il Tevere, l'Arno e il mare Tirreno, la pianura padana
e il mare adriatico. L'economia etrusca è basata sul commercio, che si
sviluppa attraverso il mare Mediterraneo, dove anche i Greci e Fenici
esercitano i loro traffici. Questi popoli contribuiscono a determinare la
crisi economica della civiltà etrusca; ostacolati nei loro commerci per
mare, gli Etruschi sono infatti costretti a dedicarsi ad altra attività
meno redditizie, come l'agricoltura. Dal III secolo in poi essi vengono
progressivamente assorbiti dai Romani perdendo ogni autonomia.
Arte
Etrusca
Le prime
manifestazioni d'arte etrusca risalgono al VII secolo a.C. e si realizzano
in un arco di tempo lungo circa seicento anni. Gli Etruschi hanno accolto
molti elementi della tradizione greca, ma li hanno filtrati alle proprie
esigenze. Nel mondo greco l'arte ha subito una notevole evoluzione, mentre
nel mondo etrusco i modelli adottati inizialmente si sono ripetuti per
tutto il periodo, mostrando soltanto alcune modifiche nei particolari
delle decorazioni. La casa, la tomba, il tempio, le mura, si realizzano
sempre secondo lo stesso schema; le soluzioni diverse adottate in rari
casi sono dovute a particolari esigenze, quali la conformazione del
terreno, la sua natura geologica, la capacità delle maestranze addette ai
lavori, la necessità di concludere rapidamente i lavori di costruzione,
ecc. L'arte etrusca in ogni sua manifestazione, ha caratteri legati alla
vita quotidiana o alle pratiche magico-rituali del culto religioso ed
appare comunque lontana da ogni idealizzazione. La gran parte della
produzione etrusca conserva un carattere fortemente artigianale e
decorativo e solo raramente raggiunge il livello di un'opera personale,
eseguita da un artista consapevole del proprio ruolo, apprezzato dalla
società in cui vive.
Le
testimonianze dell'arte etrusca si riferiscono quasi esclusivamente ad
opere di carattere funerario. Proprio all'interno delle
tombe (realizzate soprattutto in pietra o scavate
nella roccia), infatti sono stati trovati i dipinti parietali, le
suppellettili ed i vasi, che costituiscono,
in massima parte, ciò che abbiamo della civiltà etrusca. Per quanto
riguarda l'architettura, di grande interesse sono i resti di
mura cittadine: nelle loro porto viene introdotto
un nuovo sistema costruttivo, l'arco, che sarà poi largamente recuperato
dalla civiltà romana.
La lingua
e l'arte permettono di trasmettere informazioni sulla vita di un popolo;
tuttavia, per quanto riguarda gli Etruschi, le informazioni che possiamo
avere sono soltanto parziali. Infatti della lingua si conoscono solo un
ristretto numero di parole, in quanto i documenti pervenuti sono quasi
esclusivamente iscrizioni funebri; pur essendo numerosissime (circa 15
000) esse forniscono pochi dati per la conoscenza degli usi e della vita
del popolo etrusco. Anche la documentazione artistica è abbondantissima
sono nel settore funerario; non rimangono infatti testimonianze di templi,
case, edifici pubblici (all'infuori di pochi resti di mura e porta di
città), poiché la maggior parte delle architetture era realizzata con
materiali facilmente deperibili. Dalle testimonianze scritte lasciate dai
Romani, possiamo tuttavia conoscere con un certa precisione le
caratteristiche delle città e di alcuni edifici etruschi.
Dei
templi etruschi possediamo pochi resti (a Veio, Ardea, Marzabotto,
Satrico, Pyrgi, Fiesole, Orvieto), che riguardano in genere i muri di
fondazione e le terrecotte architettoniche che decoravano la copertura.
Per ricostruire la struttura ci si è avvalsi di Modellini fittili,
come per esempio, di quello rinvenuto nel santuario di Diana a Nemi e
della descrizione che ne ha lasciato Vitruvio nella sua opera De
Architectura. Era caratterizzato da un ampio sviluppo della parte
frontale ed eretto su un alto basamento in pietra, il podio, che lo
proteggeva dall'umidità e gli dava slancio, e a cui si accedeva attraverso
una scalinata posta solo sul lato anteriore. La pianta era generalmente
quasi quadrata e l'interno si componeva di due parti distinte: la pars
antica o pronao, con più file parallele di quattro colonne di tipo
tuscanico, rielaborazione della dorica, con base, fusto liscio, capitello
a echino e abaco spesso circolare, molto distanziate tra loro, e la
pars postica, o cella. La cella occupava tutta la larghezza del tempio
e presentava all'interno tre ambienti, dei quali quello centrale più
ampio, dedicati probabilmente a una triade divina, oppure era costituita
da un unico ambiente, con ai lati due ambulacri coperti (alae). I
tetti di legno erano a doppio spiovente, coperti da coppi e tegole,
sostenuti da travi decorate da lastre di terracotta policrome impreziosite
da bassorilievi. Antefisse qualche volta a forma di figure mitiche poste
al termine delle file di coppi o tegole trattenevano la copertura del
tetto. Acroteri con motivi vegetali o con figure decoravano il frontone,
gli spioventi, il colmo. Uno dei resti acroteriali più famosi è l'Apollo
del tempio di Veio (500 a.C.), attribuito al grande scultore
Vulca.
Architettura
Verso il
VII secolo le città ormai formate si completano con grandi
mura costruite a blocchi squadrati di forma
rettangolare. Nelle mura si aprono le porte di accesso alle città,
costruite ad arco; esse sono generalmente tre, corrispondenti alle tre vie
principali, cui fanno riscontro tre templi. L'origine dell'arco risale
all'architettura orientale, probabilmente mesopotamica, e giunse in
Italia, forse per opera dei Greci. Una chiara testimonianza del fatto che
gli Etruschi credevano nella sopravvivenza del defunto nell'aldilà sono le
tombe considerate come case, dove venivano
deposti oggetti utili o i canopi (vasi funerari) che riproducevano le
fattezze del morto. Le tombe etrusche si differenziano a seconda dei
luoghi e della natura del terreno: a tholos con copertura a falsa
cupola, o a ipogeo, camera murata o scavata nella roccia tufacea segnalata
all'esterno, soprattutto nei secoli VII e VI a.C., da tumulti di terra
leggermente conici, talora di grandi dimensioni, retti alla base da un
anello in muratura. A partire dal VI secolo a.C. nelle tombe completamente
scavate nella roccia come le tombe di Tarquinia la camera ha soffitto
piano o a due spioventi o a cassettoni, talvolta sostenuto da pilastri o
colonne per dargli maggiore solidità.
Scultura
Le
espressioni migliori della scultura etrusca sono legate al culto
funerario, canopi, stele, sarcofagi di pietra. I
canopi erano vasi funerari di forma ovoidale o biconica, di
terracotta o bronzo, che riproducevano schematicamente nei coperchi a
testa umana le fattezze del morto. Sui corpi e sulle anse di questi vasi
potevano essere accennate delle braccia. Negli esemplari più antichi a un
coperchio normale veniva applicata una maschera di bronzo. In queste teste
rese con un'intensità talvolta sconcertante, con i piani visivi
bruscamente e assimetricamente giustapposti, sono riscontrabili i primi
esempi in Italia di ritrattistica. E' evidente il loro legame con la
civiltà villanoviana (secoli IX e VIII a.C.), la più importante della
prima età del ferro in Italia, così denominata da una necropoli scoperta a
Villanova vicino a Bologna. Le urne cinerarie villanoviane erano infatti
coperte con ciotole o elmi, a simboleggiare attraverso oggetti d'uso il
defunto. La produzione dei canopi si fece a partire dal VI secolo a.C.
così ingente, da rendere inevitabile una standardizzazione: i volti dei
coperchi non ebbero più ambizioni ritrattistiche e riprodussero tipi (il
maschio, la femmina, il giovane, ecc.). La diffusione dei canopi termina
con l'affermarsi delle tombe a camera e il prevalere dell'inumazione dopo
la metà del VI secolo a.C. La celebrazione del morto poteva affidarsi
anche ad altre forme artistiche, come le stele che riprendevano
anch'esse la tradizione villanoviana. Molte, originariamente
coloratissime, sono state ritrovate a Volterra e nel territorio bolognese.
Erano per lo più a forma di ferro di cavallo, e la tematica era abbastanza
ripetitiva: animali, scene di banchetto o danza connesse con i riti
funerari, di addio fra il defunto e i sopravvissuti, di viaggio
nell'oltretomba, rappresentato da figure alate. A partire dalla fine del
III secolo a.C. prende l'avvio un'intensa produzione, più artigianale che
artistica, anche se spesso raffinata, di urnette funerarie, cassette
decorate a rilievo su tre lati o sulla facciata, e con coperchio
raffigurante il defunto adagiato. Il prodotto più originale della ceramica
etrusca è il bucchero, generalmente di colore nero, modellato
prevalentemente a spessore sottile e decorato con estrema semplicità da
graffiti e punteggiature a rilievo. I primi esemplari comparvero nel VII
secolo a.C. a Cerveteri e Tarquinia. Nel V secolo a.C. acquistò una certa
importanza la produzione di Chiusi. Unico nome di scultore etrusco
tramandato da autori latini è quello del famoso Vulca di Veio.
Insieme ai suoi allievi realizzò il gruppo di sculture del santuario
del Portonaccio presso Veio, fra cui il celeberrimo
Apollo, noto come l'"Apollo che cammina". La sua
scoperta ha avviato una rivalutazione critica dell'arte etrusca, che
manifesta in quest'opera una capacità di autonoma rielaborazione dei
modelli greci. L'armonia delle proporzioni, la sapienza delle rifiniture
cedono il passo a una tensione irrazionalistica che privilegia il
movimento e la corporeità sulla perfezione formale e forza così il
tegumento di razionalità dell'arte greca. In questo contesto possiamo
situare la Lupa Capitolina (alla quale i gemelli furono uniti sono
nel Quattrocento), una scultura in bronzo sobriamente modellata,
tesissima, spirante dal corpo e dalle fauci aperte una contenuta ma quasi
demoniaca vitalità. Commenti analoghi potremmo fare per la Chimera
trovata ad Arezzo (metà del V secolo a.C.), un mostro con corpo leonino,
cosa a serpente e sul dorso una testa di capra. Il corpo rivolto
minacciosamente verso un nemico, la testa ruggente, le masse muscolari
vibranti, è magistralmente modellato. Altri oggetti che ci informano sulla
scultura etrusca sono i sarcofagi, casse di terracotta decorate a
pittura o a bassorilievo, derivate da tipi più antichi in legno. Molto
bello e famosissimo quello detto degli Sposi, proveniente da
Cerveteri, databile al 520 a.C., conservato a Roma nel Museo nazionale di
Villa Giulia. L'uomo, a torso nudo, poggia la mano sulla spalla della
moglie che indossa il chitone e il mantello, porta un berretto di lana
cupoliforme, il copricapo tipico etrusco detto tutulus e i calzari
a punta detti calcei repandi: i due sono adagiati su un letto
conviviale detto kline, stanno quindi partecipando a un banchetto.
Le due teste sono state ottenute da un solo stampo e poi lavorate per
diversificarle. Il III e il II secolo a.C. vedono la fortuna del ritratto.
Si produssero molte teste fittili, ottenute con stampi e variamente
ritoccate e riutilizzate, di difficile interpretazione per ciò che attiene
ai personaggi rappresentati, ma esteticamente pregevoli. Opere di alto
livello dette la statuaria in bronzo. Doveva appartenere a una statua
intera il Bruto Capitolino, una testa bronzea, concepita come una
massa compatta e geometricamente definita. Le guance tirate, gli zigomi
netti, gli occhi taglienti, le linee appena segnate dei capelli e della
barba le conferiscono una drammatica fierezza che probabilmente ha
motivato l'identificazione del personaggio. Appartiene all'ultimo periodo
della civiltà etrusca l'Arringatore, II secolo a.C., ritratto di
Aule Metelli, detto appunto l'arringatore. Egli è rappresentato con il
braccio destro appena flesso e con il volto calmo e persuasivo nell'atto
di pronunciare un discorso. Il ritratto riflette la nuova presenza dei
Romani nei territori degli Etruschi, dato che il realismo nella
rappresentazione della figura sarà uno degli elementi più caratteristici
della scultura romana. L'influenza della scultura classica greca (qualcuno
ha citato Lisippo e il suo ritratto di Alessandro Magno) appare evidente
in un torso di Apollo in terracotta che faceva parte della
decorazione fittile di un tempio di Faleri, l'attuale Civita Castellana.
Perfetto è l'equilibrio del torso e del volto, abilissima e raffinata la
resa dei capelli.
Pittura
La
pittura etrusca non era decorativa o commemorativa: intendeva ricreare
l'ambiente terreno del defunto, per provvederlo di tutto ciò che gli
sarebbe servito nell'aldilà. Di livelli qualitativi molto diversi, le
pitture etrusche rivelano una buona conoscenza della pittura greca e
un'assimilazione delle sue conquiste formali. Le maggiori testimonianze di
dipinti etruschi si trovano nelle tombe della necropoli di Tarquinia
e si riferiscono all'intero periodo della civiltà. Le composizioni
risultano sempre vivaci, animate da colori dai toni caldi, dal giallo al
rosso, al bruno. Tutte le figure sono rappresentate di profilo, isolate
l'una dall'altra e disposte su di un solo piano, sempre definite da una
linea netta di contorno; uomini e donne si distinguono soprattutto dal
colore della pelle: chiaro per le donne, scuro per gli uomini. I dipinti
delle tombe forniscono una grande quantità di informazioni sulla vita
sociale e familiare degli Etruschi e sul loro atteggiamento nei confronti
della morte, dapprima sereno e fiducioso e poi sempre più oppresso e
ossessionato da oscure presenze demoniache.
Testo a cura
di:
Tribenet - La Tribù italiana dell'Arte |
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