Simona Torretta e Simona
Pari le italiane rapite in Iraq |
Ultime notizie
Siamo felici
che il nostro pessimismo sia stato smentito e che le volontarie italiane siano
salve e libere.
Però
vogliamo toglierci un sassolino dalla scarpa su questo rapimento per molti
versi anomalo.
Perchè anomalo, perchè esiste una lista di cosidette "spie" e viene detto
pubblicamente, perchè siamo rimasti non poco sorpresi di vedere queste due
ragazze a pochi minuti dalla loro liberazione sorridenti, col volto disteso e
truccato,
con i capelli in perfetto ordine, senza occhiaie e segni apparenti dei 15
giorni di detenzione, molti dei quali. secondo quanto risulta, bendate e
legate immobili e sotto la minaccia di una morte orribile, con pacchi dono dei
rapitori sottobraccio ed un aspetto ben diverso
da quello di qualsiasi altro rapito in questa sporca avventura Irachena.
Non solo
al loro arrivo in Italia con jet privato, autorità, media e quant' altro ad
accoglierle nemmeno una parola di ringraziamento per il governo ed i cittadini
italiani che tanto impegno ( manifestazioni, spot televisivi, denaro ed
impegni internazionali ) hanno messo nel loro "salvataggio", ma solo parole
benevole per il mondo mussulmano, quasi un sentimento amichevole e bonario
verso i rapitori come se si fosse trattato di una vacanza esotica regali ed
abiti locali compresi nel prezzo e con quel pizzico di avventura che da interesse al
tutto, per finire la volontà di ritornare in Iraq al loro "lavoro" come se
rapimenti ed uccisioni precedenti non le riguardassero.
Tutto
quantomeno ambiguo e strano, quasi un copione già scritto, c'è di che pensarci su,
forse anche di smettere di "mitizzare" casi come quello delle Simone di
lasciare "finalmente in pace la pace" ed impegnare risorse, comunicazione ed energie verso
chi ne ha realmente bisogno e dimostra di meritarlo.
Mentre
sembrano sgonfiarsi le notizie sulla presunta esecuzione delle due italiane
rapite in Iraq che vi avevamo annunciato fra i primi nel nostro
speciale sulla
guerra in Iraq ed in mancanza di notizie certe sulla loro sorte vogliamo
fare alcune considerazioni su quanto Simona Torretta e Simona Pari
facevano in Iraq.
Ora senza voler nulla togliere
all'impegno di queste volontarie siamo rimasti perplessi nel constatare che
l'associazione " un ponte per ", sconosciuta ai più, ed anche a chi scrive prima
di questa vicenda gestisse con volontari appalti per miliardi pubblici su
progetti ancor meno conosciuti dell'associazione stessa e curasse in Iraq
anche due programmi finanziati in gran parte della regione
Lombardia: uno per la salvaguardia del patrimonio librario della
Biblioteca nazionale di
Bagdad e uno per la formazione e
l'aggiornamento dei
medici iracheni che operano negli ospedali universitari della capitale
irachena.
La Regione Lombardia ? dice il presidente
Formigoni ? sostiene iniziative come queste e come tante altre che si
stanno realizzando in tutto il mondo, perché ritiene che la messa in atto di
questi programmi di cooperazione umanitaria internazionale sia un modo molto
concreto per aiutare e dare più forza al dialogo, all'amicizia e
all'integrazione tra i popoli. Le attività di carattere culturale, come quella
sulla Biblioteca di Bagdad, rappresentano in particolare un fattore decisivo
di identità e sviluppo sociale equilibrato e pacifico».
I due progetti finanziati dalla Regione sono
realizzati dall?associazione «Un ponte per»,
associazione nella quale sono impegnate Simona Torretta e Simona Pari.
Il primo «La casa dei libri di Bagdad» è un progetto
di durata biennale e ha per obiettivi la salvaguardia del patrimonio librario
antico e moderno della Biblioteca nazionale e la catalogazione con metodologia
informatica dei 500 mila tra libri e manoscritti posseduti dalla biblioteca.
Il costo complessivo del
progetto è di 240 mila euro,
finanziati per più della metà (150 mila
euro) dalla Regione. Il secondo progetto, di durata annuale, riguarda invece
la formazione e l?aggiornamento dei medici per migliorarne le capacità
diagnostiche, terapeutiche e oncologiche. Il costo complessivo è di 68 mila
euro, di cui 27 mila messi a disposizione dalla Lombardia.
Ora la nostra domanda è: vale la pena
rischiare la vita di volontari ne specialisti ne militari su progetti almeno
discutibili in un paese dove la situazione
sociale e politica è più vicina alla guerra di fatto che non ad una difficile
pace, soprattutto quando non si è realmente in grado di garantire la sicurezza
di queste persone che nel loro entusiasmo altruistico sottovalutano i rischi
ed i pericoli a cui si espongono.
Noi crediamo di no e pensiamo che le
iniziative di associazioni volontarie e pacifiche siano possibili e
finanziabili pubblicamente solo dove l'ordine sociale sia quantomeno garantito e si possa realmente
contare sulla cooperazione delle popolazioni locali. La responsabilità di
queste situazioni è quindi da una parte di chi dirige queste associazioni
volontarie (a tale proposito, chi è il responsabile di "un ponte per"? chi
dirige le operazioni di questa associazione? Perchè non è mai intervenuto nei
mass media in questa situazione di crisi? dall'altra di quei politici che
senza valutare opportunamente rischi e mezzi avvallano iniziative non di
assoluta emergenza in zone militari finanziandole con mezzi pubblici.
|