ANNO
DI PRODUZIONE: 2002 REGIA: Youssef Chahine, Amos Gitai, Alejandro
González Iñárritu, Shohei Imamura, Claude Lelouch, Ken Loach, Samira
Makhmalbaf, Mira Nair, Idrissa Ouedraogo, Sean Penn, Danis Tanovic INTERPRETI: Ernest Borgnine, Maryam Karimi, Emmanuelle Laborit, Nour
El-Sherif, Dzana Pinjo, Lionel Zizréel Guire, Vladimir Vega, Keren Mor,
Tanvi Azmi, Tomoro Taguchi
Quella
dell'undici settembre duemilauno è una data tragicamente emblematica per
la storia non solo degli Stati Uniti ma per quella di tutto il mondo.
Undici settembre duemilauno ovvero 11'09"01 è anche la durata degli
undici cortometraggi, realizzati da altrettanti registi provenienti da
diverse parti del mondo, che compongono la spina dorsale di questo film.
Undici brevi documentari della durata di 11 minuti, 9 secondi ed un
fotogramma per raccontare la tragedia del World Trade Center attraverso
gli occhi della popolazione mondiale. Un fantasma incancellabile, oltre
che un data, che continuerà ad infestare i nostri ricordi della storia
recente
In
questa recensione così ricca di cifre non appare il voto finale alla
pellicola. E' una precisa scelta dovuta al carattere estremamente
particolare di questo film sulla memoria e sul dolore, che va visto come
un esame di coscienza, come un'occasione per riflettere e non come
un'opera cinematografica "classica".
Solitament il risultato ottenuto dai film a episodi è un lavoro
complessivo poco uniforme e discontinuo, con picchi di attenzione
elevata e voragini di noia abissale. Non è il caso di questo strano
film-progetto, però, che fa della sua identità multipla il suo
principale punto di forza. Undici diversi sguardi sulla tragedia, undici
diversi punti di vista su un evento tanto grande quanto inaspettato.
I
lavori andrebbero giudicati uno per uno, ma i loro difetti sono
grossomodo comuni: luoghi comuni, moralismi, pretese da cinema
impegnato. Per fortuna però qui l'impegno politico ed i paroloni da
ambasciatori lasciano spazio alle emozioni forti che l'evento ha
scatenato in tutti noi, fornendo spunti per discussioni e dibattiti
interiori.
Il migliore, favorito
anche da una collocazione fortunata all'inizio del secondo tempo, è il
cortometraggio del regista messicano Alejandro González Iñárritu. Undici
minuti di voci mischiate tra di loro sullo schermo nero che fa piombare
la sala nella più totale oscurità. Il buio viene attraversato dalle voci
delle vittime che hanno lasciato il loro ultimo messaggio sulla
segreteria telefonica di casa prima di morire, dai commenti sovrapposti
dei giornalisti di tutto il mondo mescolati alle grida, ai rumori, alle
sirene della polizia. Ogni tanto un flash ci abbaglia dallo schermo:
sono fotogrammi della tragedia, corpi che si lanciano dalle torri verso
una salvezza che non arriverà mai. Alienante e disturbante, con in coda
un quesito senza risposta: la luce di Dio ci guida o ci abbaglia?
Da
segnalare anche il lavoro di Sean Penn, che usa Ernest Borgnine come
metafora di quell'America che non vuol vedere, quello di Claude Leluch
(delicata storia d'amore tra una ragazza sorda ed il suo interprete) e
quello del regista israeliano Amos Gitai che sovrappone attentati su
attentati proponendoci la sua visione caotica e frastornante in diretta
dalla strada in cui si è consumata la tragedia.
Un
progetto e un esperimento, quindi, più che un film. Riuscito solo in
parte come opera cinematografica e altalenante nella sua realizzazione
complessiva, "11 settembre 2001" è un lungo percorso per immagini e
suoni che raggiunge l'anima e la coscienza senza lasciare spazio
all'indifferenza.